Teologia Cristologica – Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Parte II

                                 Chi è il tuo prossimo?

Di Francesco Franco Coladarci.

Prima di addentrarci sulla parabola del “buon Samaritano” dobbiamo comprendere chi era il prossimo per la cultura mosaica.———

YHWH fa un patto con il popolo d’Israele discendenti del patriarca Giacobbe, dice YHWH, farò di voi uno popolo di speciale possesso, separato da tutte le nazioni, proibendo qualsiasi alleanza con nazioni straniere, vietando matrimoni con i non ebrei, poiché Israele è un popolo speciale, poiché YHWH è il suo sposo e Israele è la sua sposa.

Quindi, il prossimo sono coloro che appartengono al popolo d’Israele, vi sono molti precetti che regolano tale rapporto.

Vediamone alcuni precetti morali i quali fanno riferimento proprio all’appartenenza del popolo.

Levitico Cap. 19-15-16

“Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente: giudicherai il tuo prossimo con giustizia. 16Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.”

Levitico Cap.19- 17>19

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. 18Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.
19Osserverete le mie leggi.” (già vediamo il fratello ebreo come prossimo)

Levitico Cap.19-9-10

“Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; 10quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero.”

E’ da notare che mentre i figli del popolo sono identificati come “Prossimo” non lo sono per gli stranieri, i quali pur non essendo considerati come prossimo non si dovrebbero ugualmente al pari dei figli opprimere, i quali sono chiamati “Il Forestiero”.

Quindi il prossimo per l’antico israelita è un altro israelita.

Interessante che il dottore della Legge ben sapeva chi fosse il suo prossimo e la differenza con il forestiero, ma cercò di mettere in difficoltà Gesù ponendo un’altra domanda. “29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».

Ora, Gesù non cita più la Legge, ma la coscienza della persona, il suo cuore, stimola ciò che è l’intimo della persona il quale sovrasta e sorpassa qualsiasi “Legge”, Gesù usa allora una parabola per passare oltre la “Legge”, una parabola magnifica, la quale scava nel nostro profondo, su ciò che effettivamente siamo e non su ciò che appariamo, una parabola che esamineremo in dettaglio.

Il Buon Samaritano

Questa mirabile parabola è citata solo nel vangelo di Luca, ma se ben compresa ci aiuta molto nel nostro percorso cristiano.

Prima di tutto è necessario fare una breve premesse.

A chi si stava rivolgendo Gesù, narrato nei sinottici?

Forse ai Greci? Ai Romani? Ai popoli orientali? Oppure a noi oggi?

A nessuno di questi.

Gesù stava rivolgendosi al suo popolo, a un dottore della legge il quale era ebreo, conoscitore dei precetti della legge, ergo, Gesù ha risposto in parte secondo i canoni della legge, ma con la parabola del Buon Samaritano  raccontata da Luca, sovrasta la “Legge” gli dà una nuova reinterpretazione, la quale se osservata non può che farci manifestare la “Somiglianza e Immagine di Dio- Genesi).

Con questa parabola Gesù scardina i “ preconcetti- precetti-imposizioni propri della Legge” sostituendoli solo con la “Legge dell’Amore” la quale non necessita di comandi, di obblighi e di purificazioni varie, né necessita all’osservanza dei 613 precetti, in quanto la “Legge” doveva fungere da tutore per il popolo, affinché al momento opportuno fosse condotto al Messia, il quale è il fine dell’esistenza stessa della Legge.

Rileggiamo di nuovo questa parabola evidenziandone aspetti molto interessanti.

<<30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così»>>

Interessante la risposta del dottore della legge “chi ha avuto compassione” si guarda bene dal pronunciare il nome “Samaritano”, in quanto anche se osservanti della Torah ed avendo un proprio Tempio, vi era un profondo odio tra i due popoli, per cui era impensabile che si potesse pronunciare il nome “Samaritano”, un insulto gravissimo che un giudeo potesse dire è chiamare un suo fratello con l’appellativo di samaritano, così come l’odio verso Gesù era così profondo che né i sacerdoti, né i leviti, né i dottori della Legge e né tantomeno i rabbini, si guardarono molto bene a non pronunciare mai il nome di Gesù, ma usando sempre altri appellativi ma sempre degenerativi degenerativi, come “ costui – quello- impostore – pazzo – malfattore – beone ecc.”

La strada che portava da Gerusalemme a Gerico era una strada non solo accidentata, ma a motivo della sua conformazione era ottima per le imboscate da parte dei briganti, per cui era già problematico percorrerla insieme agli altri ma sarebbe stato difficile percorrerla da solo.

<< Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti>>

La parabola non ci dice chi fosse quest’uomo, ma il fatto che scendesse da Gerusalemme ci può far pensare che era salito alla città di Gerusalemme come pellegrino al Tempio, poiché gli fu “portato via Tutto”, possiamo ipotizzare che si sarebbe fermato nella città per un certo periodo, anche perché nella parabola vengono coinvolti due personaggi i quali hanno officiato al Tempio, un Sacerdote ed un Levita.

Com’è stato detto, la strada che porta da Gerusalemme a Gerico è molto pericolosa a causa dei briganti, con le loro imboscate depredavano i viandanti senza escludere spesso la loro morte per le ferite riportate.

Sotto è riportata la cartina geografica del tempo di Gesù.

L’interpretazione che normalmente si da a questa parabola è quella di mostrare “Compassione verso qualsiasi essere umano”, indipendentemente dal suo credo, religioso, politico, etnico.

La “Compassione” non è dettata e non è vincolata dalle leggi, quali esse siano, politiche – etniche – religiose, la compassione le sovrasta tutte in quanto ciò che spinge ad averlo è solo ed esclusivamente “ L’Amore per il nostro fratello” nel quale ci si riflette in quello di Dio, poiché Egli èAmore Incondizionato”.

Poniamoci ora una domanda, teniamola in mente mentre approfondiamo l’argomento” E’ lecito all’uomo violare la “Legge” per il bene dell’uomo?”

Com’era da immaginare, quest’uomo cadde nell’imboscata dei briganti mentre ritornava a Gerico, un altro aspetto è che tutti i personaggi camminavano sul lato della strada,poiché il racconto ci dice che in seguito passarono dall’altro lato, tale strada era transitata da uomini a cavallo, carri, animali, e quindi non potevano camminare al centro della strada, come d’altra parte facciamo noi oggi.

<<Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.>> 

L’affermazione mezzo morto, non vuol dire che era mezzo vivo ( come con il bicchiere), ma che la sua condizione in quel momento era critica, per i briganti non interessava come il malcapitato si trovasse, per loro morto o no non faceva nessuna differenza, ma il fatto di dire mezzo morto sta ad indicarci che se non fosse stato subito curato certamente a breve sarebbe morto.

 << Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre>>.

Che fortuna, potremmo dire, stava passando un sacerdote del Tempio, il fatto che scendeva da Gerusalemme indica che ha concluso la sua settimana di servizio sacerdotale al tempio, una persona con ancora il profumo della liturgia, chi meglio di lui poteva aiutare quel povero disgraziato, lo poteva curare facendolo trasportare in qualche altro posto, lo avrebbe confortato, gli avrebbe fatto sentire con la sua presenza l’amore di YHWH, il calore di un fratello e per di più sacerdote del Dio d’Israele.

Nulla di tutto questo “quando lo vide, passò oltre”.

Poco dopo passò un Levita, anche questo possiamo definirlo ecclesiastico, un diacono, il Levita si interessa dell’aspetto liturgico, supporta il sacerdote, adempie gli incarichi del Tempio, il fatto che anche lui scende da Gerusalemme indica che ha finito il tempo che gli compete per il servizio al Tempio, sicuramente il Levita presterà soccorso.

Ma neanche per sogno, 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre>>

Possiamo dire che si comportò come il sacerdote né più né meno.

Sembrava che per quel povero malcapitato non ci fossero speranze sicuramente sarebbe morto.

Ma ecco che << Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno>>

Un Samaritano, appartenente al popolo più odiato, considerati la feccia dell’umanità,il peggior popolo di tutte le nazioni pagane,peggio degli esattori di tasse (i quali erano odiati) un odio da parte dei giudei che evitavano accuratamente perfino di nominarli per nome.

La parabola non ci dice se questo samaritano fosse un uomo religioso, di fede, oppure un poco di buono, ci dice solamente che “amava il prossimo”, mettendo da parte i suoi interessi per salvare la vita a quel poveraccio, quella vita che sarebbe stata stroncata senza il suo intervento.

Nello stesso modo, la parabola non ci dice nulla o poco in merito al sacerdote e al levita, solo che scendevano da Gerusalemme e che alla vista di quel malcapitato ambedue passarono oltre, chiediamoci, erano forse senza cuore, insensibili alle sofferenze del prossimo?, il fatto che uno era sacerdote e l’altro un levita si evince che erano persone “Religiose”, persone che ubbidivano alla Legge, ed è proprio l’ubbidienza alla legge che passarono oltre, non curandosi delle condizione della vittima.

Cosa vuol dire ubbidire alla “Legge”, soprattutto ubbidire hai suoi precetti, alle sue regole, alla sua dottrina.

Solo comprendendo le esigenze della legge possiamo comprendere il loro comportamento evitando di puntare il dito accusatore.

Lev 18, 24-30

<<Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Il paese ne è stato contaminato; per questo ho punito la sua iniquità e il paese ha vomitato i suoi abitanti. Voi dunque osserverete le mie leggi e le mie prescrizioni e non commetterete nessuna di queste pratiche abominevoli: né colui che è nativo del paese, né il forestiero in mezzo a voi. Poiché tutte queste cose abominevoli le ha commesse la gente che vi era prima di voi e il paese ne è stato contaminato. Badate che, contaminandolo, il paese non vomiti anche voi, come ha vomitato la gente che vi abitava prima di voi…..>>

Impurità causata da cadaveri

Numeri 19 –, il contatto con un cadavere umano viene ad affermarsi nella mentalità giudaica come il gesto più contaminante in assoluto

tutto ciò che entra, accidentalmente o volontariamente, in contatto con un cadavere, con il suo sangue oppure con un osso del corpo di un defunto, sarà considerato massimamente impuro per un periodo di sette giorni.

Evidentemente né il sacerdote né il levita sapevano con certezza se la vittima fosse morta o meno, ma nel dubbio è meglio non toccarla.

Per l’uomo impuro per contaminazione da cadavere vige, nell’ottica del Rotolo del Tempio, il divieto di entrare e soggiornare nella Città Santa fino a quando non abbia espletato tutte i riti necessari alla sua completa e perfetta purificazione: <<Chiunque sia impuro per il contatto con un cadavere, non entrerà in essa fino a che non si purifichi>>

Possiamo fermarci qui nelle citazioni, anche se ve ne sono molte altre ancora, le quali condizionano l’uomo in ogni aspetto sia della vita quotidiana che il funzionamento liturgico nel tempio.

Questi due personaggi scendevano da Gerusalemme avendo officiato il loro turno nel tempio, per cui si guardarono bene dal fare atti che li avrebbero messi in una condizione di…Impurità.

Questa parabola pone una domanda fondamentale.

E’ giusto violare la Legge per il bene dell’uomo?

L’obbedienza cieca alla Legge, avvicinava l’osservante a Dio ma nel contempo lo allontanava dall’uomo, è la Legge che è stata data all’uomo non l’uomo alla Legge.

Possiamo concludere quest’aspetto dicendo che né il sacerdote né il levita erano persone senza cuore, insensibili, ma semplicemente erano persone “Religiose” e non di fede, le quali mettevano, precetti, regole, comandamenti, purità impurità ecc. prima di ogni altra cosa, fosse stata anche quella di soccorrere quel povero disgraziato.

CHI E’ IL MIO PROSSIMO

Esamineremo ora un aspetto centrale su chi sia il prossimo e cosa vuol dire amare come se stessi

Riprendiamo la pericope iniziale.

Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso..

Chi era il prossimo per una cultura ebraica? La propria famiglia, i propri parenti, il proprio clan, la propria tribù, infine il proprio popolo, per lo straniero non si doveva opprimerlo.

Nella parabola del samaritano non c’è nessuna indicazione della nazionalità del malcapitato, Gesù non dicendo nessuna nazionalità identificava ogni uomo a prescindere l’appartenenza nazionale, religiosa, come “Prossimo”

Parte III

Abbiamo terminato la parte II con questa riflessione

Nella parabola del samaritano non c’è nessuna indicazione della nazionalità del malcapitato, Gesù non dicendo nessuna nazionalità identificava ogni uomo a prescindere l’appartenenza nazionale, religiosa, come “Prossimo”

Esamineremo la prossima affermazione, ” Come te stesso”

Necessita ricordare che Gesù stava parlando al dottore della “Legge” e su ciò che la legge diceva in merito al prossimo.

 “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.”

Levitico Cap. 19-15-16

“Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente: giudicherai il tuo prossimo con giustizia. 16Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.”

Levitico Cap.19- 17>19

Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. 18Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.
19Osserverete le mie leggi.” (già vediamo il fratello ebreo come prossimo)

Levitico Cap.19-9-10

“Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; 10quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero.”

Possiamo dire che amare il prossimo significa amarlo nella misura in cui si vuole essere amati e nella misura in cui si ama se stessi.

Possiamo comprendere che la pietra di paragone è se stessi, ciò che voglio per me è lo stesso che voglio per il prossimo, la difficoltà è che spesso non sappiamo fino in fondo ciò che si vuole per se stessi.

Questa affermazione di Gesù “Come se stessi” data al dottore della “Legge” è forse valida anche per il cristiano?

Per il cristiano tale affermazione non può essere valida, Gesù stava citando ciò che la legge richiedeva, ma tale richiesta “come se stessi” è limitativa, in quanto Amare si fonda sulla persona stessa con i suoi limiti, la sua fragilità e l’incapacità di conoscersi profondamente.

Per il cristiano amare il prossimo non si fonda su se stessi ma sul nuovo comandamento che Gesù stesso ha dato.

Giovanni 13:31

Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri

 Come possiamo vedere, Gesù non ha abolito il concetto di prossimo secondo “la Legge” ma ne ha data una comprensione più profonda, più completa, ponendo non più”se stessi” ma indicando “egli stesso come pietra di paragone”.

Concludendo possiamo dire, di non vedere Gesù nel prossimo, ma nel prossimo vediamo Gesù.

Teologia Cristologica – Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?

Di Francesco Franco Coladarci

PARTE II

YHWH fa un patto con il popolo d’Israele discendenti del patriarca Giacobbe, dice YHWH, farò di voi uno popolo di speciale possesso, separato da tutte le nazioni, proibendo qualsiasi alleanza con nazioni straniere, vietando matrimoni con i non ebrei, poiché Israele è un popolo speciale, poiché YHWH è il suo sposo e Israele è la sua sposa.

Quindi, il prossimo sono coloro che appartengono al popolo d’Israele, vi sono molti precetti che regolano tale rapporto.

Vediamone alcuni precetti morali i quali fanno riferimento proprio all’appartenenza del popolo.

Levitico Cap. 19-15-16

“Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente: giudicherai il tuo prossimo con giustizia. 16Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.”

Levitico Cap.19- 17>19

“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. 18Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.
19Osserverete le mie leggi.” (già vediamo il fratello ebreo come prossimo)

Levitico Cap.19-9-10

“Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che resta da spigolare della messe; 10quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero.”

E’ da notare che mentre i figli del popolo sono identificati come “Prossimo” non lo sono per gli stranieri, i quali pur non essendo considerati come prossimo non si dovrebbero ugualmente al pari dei figli opprimere, i quali sono chiamati “Il Forestiero”.

Quindi il prossimo per l’antico israelita è un altro israelita.

Interessante che il dottore della Legge ben sapeva chi fosse il suo prossimo e la differenza con il forestiero, ma cercò di mettere in difficoltà Gesù ponendo un’altra domanda. “29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».

Ora, Gesù non cita più la Legge, ma la coscienza della persona, il suo cuore, stimola ciò che è l’intimo della persona il quale sovrasta e sorpassa qualsiasi “Legge”, Gesù usa allora una parabola per passare oltre la “Legge”, una parabola magnifica, la quale scava nel nostro profondo, su ciò che effettivamente siamo e non su ciò che appariamo, una parabola che esamineremo in dettaglio.

Il Buon Samaritano

Questa mirabile parabola è citata solo nel vangelo di Luca, ma se ben compresa ci aiuta molto nel nostro percorso cristiano.

Prima di tutto è necessario fare una breve premesse.

A chi si stava rivolgendo Gesù, narrato nei sinottici?

Forse ai Greci? Ai Romani? Ai popoli orientali? Oppure a noi oggi?

A nessuno di questi.

Gesù stava rivolgendosi al suo popolo, a un dottore della legge il quale era ebreo, conoscitore dei precetti della legge, ergo, Gesù ha risposto in parte secondo i canoni della legge, ma con la parabola del Buon Samaritano raccontata da Luca, sovrasta la “Legge” gli dà una nuova reinterpretazione, la quale se osservata non può che farci manifestare la “Somiglianza e Immagine di Dio- Genesi).

Con questa parabola Gesù scardina i “ preconcetti- precetti-imposizioni propri della Legge” sostituendoli solo con la “Legge dell’Amore” la quale non necessita di comandi, di obblighi e di purificazioni varie, né necessita all’osservanza dei 613 precetti, in quanto la “Legge” doveva fungere da tutore per il popolo, affinché al momento opportuno fosse condotto al Messia, il quale è il fine dell’esistenza stessa della Legge.

Rileggiamo di nuovo questa parabola evidenziandone aspetti molto interessanti.

<<30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così»>>

Interessante la risposta del dottore della legge “chi ha avuto compassione” si guarda bene dal pronunciare il nome “Samaritano”, in quanto anche se osservanti della Torah ed avendo un proprio Tempio, vi era un profondo odio tra i due popoli, per cui era impensabile che si potesse pronunciare il nome “Samaritano”, un insulto gravissimo che un giudeo potesse dire è chiamare un suo fratello con l’appellativo di samaritano, così come l’odio verso Gesù era così profondo che né i sacerdoti, né i leviti, né i dottori della Legge e né tantomeno i rabbini, si guardarono molto bene a non pronunciare mai il nome di Gesù, ma usando sempre altri appellativi ma sempre degenerativi degenerativi, come “ costui – quello- impostore – pazzo – malfattore – beone ecc.”

La strada che portava da Gerusalemme a Gerico era una strada non solo accidentata, ma a motivo della sua conformazione era ottima per le imboscate da parte dei briganti, per cui era già problematico percorrerla insieme agli altri ma sarebbe stato difficile percorrerla da solo.

<< Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti>>

La parabola non ci dice chi fosse quest’uomo, ma il fatto che scendesse da Gerusalemme ci può far pensare che era salito alla città di Gerusalemme come pellegrino al Tempio, poiché gli fu “portato via Tutto”, possiamo ipotizzare che si sarebbe fermato nella città per un certo periodo, anche perché nella parabola vengono coinvolti due personaggi i quali hanno officiato al Tempio, un Sacerdote ed un Levita.

Com’è stato detto, la strada che porta da Gerusalemme a Gerico è molto pericolosa a causa dei briganti, con le loro imboscate depredavano i viandanti senza escludere spesso la loro morte per le ferite riportate.

L’interpretazione che normalmente si da a questa parabola è quella di mostrare “Compassione verso qualsiasi essere umano”, indipendentemente dal suo credo, religioso, politico, etnico.

La “Compassione” non è dettata e non è vincolata dalle leggi, quali esse siano, politiche – etniche – religiose, la compassione le sovrasta tutte in quanto ciò che spinge ad averlo è solo ed esclusivamente “ L’Amore per il nostro fratello” nel quale ci si riflette in quello di Dio, poiché Egli èAmore Incondizionato”.

Poniamoci ora una domanda, teniamola in mente mentre approfondiamo l’argomento” E’ lecito all’uomo violare la “Legge” per il bene dell’uomo?”

Com’era da immaginare, quest’uomo cadde nell’imboscata dei briganti mentre ritornava a Gerico, un altro aspetto è che tutti i personaggi camminavano sul lato della strada,poiché il racconto ci dice che in seguito passarono dall’altro lato, tale strada era transitata da uomini a cavallo, carri, animali, e quindi non potevano camminare al centro della strada, come d’altra parte facciamo noi oggi.

<<Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.>> 

L’affermazione mezzo morto, non vuol dire che era mezzo vivo ( come con il bicchiere), ma che la sua condizione in quel momento era critica, per i briganti non interessava come il malcapitato si trovasse, per loro morto o no non faceva nessuna differenza, ma il fatto di dire mezzo morto sta ad indicarci che se non fosse stato subito curato certamente a breve sarebbe morto.

<< Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre>>.

Che fortuna, potremmo dire, stava passando un sacerdote del Tempio, il fatto che scendeva da Gerusalemme indica che ha concluso la sua settimana di servizio sacerdotale al tempio, una persona con ancora il profumo della liturgia, chi meglio di lui poteva aiutare quel povero disgraziato, lo poteva curare facendolo trasportare in qualche altro posto, lo avrebbe confortato, gli avrebbe fatto sentire con la sua presenza l’amore di YHWH, il calore di un fratello e per di più sacerdote del Dio d’Israele.

Nulla di tutto questo “quando lo vide, passò oltre”.

Poco dopo passò un Levita, anche questo possiamo definirlo ecclesiastico, un diacono, il Levita si interessa dell’aspetto liturgico, supporta il sacerdote, adempie gli incarichi del Tempio, il fatto che anche lui scende da Gerusalemme indica che ha finito il tempo che gli compete per il servizio al Tempio, sicuramente il Levita presterà soccorso.

Ma neanche per sogno, 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre>>

Possiamo dire che si comportò come il sacerdote né più né meno.

Sembrava che per quel povero malcapitato non ci fossero speranze sicuramente sarebbe morto.

Ma ecco che << Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno>>

Un Samaritano, appartenente al popolo più odiato, considerati la feccia dell’umanità,il peggior popolo di tutte le nazioni pagane,peggio degli esattori di tasse (i quali erano odiati) un odio da parte dei giudei che evitavano accuratamente perfino di nominarli per nome.

La parabola non ci dice se questo samaritano fosse un uomo religioso, di fede, oppure un poco di buono, ci dice solamente che “amava il prossimo”, mettendo da parte i suoi interessi per salvare la vita a quel poveraccio, quella vita che sarebbe stata stroncata senza il suo intervento.

Nello stesso modo, la parabola non ci dice nulla o poco in merito al sacerdote e al levita, solo che scendevano da Gerusalemme e che alla vista di quel malcapitato ambedue passarono oltre, chiediamoci, erano forse senza cuore, insensibili alle sofferenze del prossimo?, il fatto che uno era sacerdote e l’altro un levita si evince che erano persone “Religiose”, persone che ubbidivano alla Legge, ed è proprio l’ubbidienza alla legge che passarono oltre, non curandosi delle condizione della vittima.

Cosa vuol dire ubbidire alla “Legge”, soprattutto ubbidire hai suoi precetti, alle sue regole, alla sua dottrina.

Solo comprendendo le esigenze della legge possiamo comprendere il loro comportamento evitando di puntare il dito accusatore.

Lev 18, 24-30

<<Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Il paese ne è stato contaminato; per questo ho punito la sua iniquità e il paese ha vomitato i suoi abitanti. Voi dunque osserverete le mie leggi e le mie prescrizioni e non commetterete nessuna di queste pratiche abominevoli: né colui che è nativo del paese, né il forestiero in mezzo a voi. Poiché tutte queste cose abominevoli le ha commesse la gente che vi era prima di voi e il paese ne è stato contaminato. Badate che, contaminandolo, il paese non vomiti anche voi, come ha vomitato la gente che vi abitava prima di voi…..>>

Impurità causata da cadaveri

Numeri 19 –, il contatto con un cadavere umano viene ad affermarsi nella mentalità giudaica come il gesto più contaminante in assoluto

tutto ciò che entra, accidentalmente o volontariamente, in contatto con un cadavere, con il suo sangue oppure con un osso del corpo di un defunto, sarà considerato massimamente impuro per un periodo di sette giorni.

Evidentemente né il sacerdote né il levita sapevano con certezza se la vittima fosse morta o meno, ma nel dubbio è meglio non toccarla.

Per l’uomo impuro per contaminazione da cadavere vige, nell’ottica del Rotolo del Tempio, il divieto di entrare e soggiornare nella Città Santa fino a quando non abbia espletato tutte i riti necessari alla sua completa e perfetta purificazione: <<Chiunque sia impuro per il contatto con un cadavere, non entrerà in essa fino a che non si purifichi>>

Possiamo fermarci qui nelle citazioni, anche se ve ne sono molte altre ancora, le quali condizionano l’uomo in ogni aspetto sia della vita quotidiana che il funzionamento liturgico nel tempio.

Questi due personaggi scendevano da Gerusalemme avendo officiato il loro turno nel tempio, per cui si guardarono bene dal fare atti che li avrebbero messi in una condizione di…Impurità.

Questa parabola pone una domanda fondamentale.

E’ giusto violare la Legge per il bene dell’uomo?

L’obbedienza cieca alla Legge, avvicinava l’osservante a Dio ma nel contempo lo allontanava dall’uomo, è la Legge che è stata data all’uomo non l’uomo alla Legge.

Possiamo concludere quest’aspetto dicendo che né il sacerdote né il levita erano persone senza cuore, insensibili, ma semplicemente erano persone “Religiose” e non di fede, le quali mettevano, precetti, regole, comandamenti, purità impurità ecc. prima di ogni altra cosa, fosse stata anche quella di soccorrere quel povero disgraziato.

CHI E’ IL MIO PROSSIMO

Esamineremo ora un aspetto centrale su chi sia il prossimo e cosa vuol dire amare come se stessi

Riprendiamo la pericope iniziale.

Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso..

Chi era il prossimo per una cultura ebraica? La propria famiglia, i propri parenti, il proprio clan, la propria tribù, infine il proprio popolo, per lo straniero non si doveva opprimerlo.

Nella parabola del samaritano non c’è nessuna indicazione della nazionalità del malcapitato, Gesù non dicendo nessuna nazionalità identificava ogni uomo a prescindere dalla sua appartenenza nazionale, religiosa, come “Prossimo”

Segue

Teologia Cristologica – Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Parte I

“ Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”

Di Francesco Franco Coladarci

PARTE I

La pericope sopra citata, è presente in tutti i vangeli sinottici, cioè, in Marco, Matteo e Luca, ma solo nel vangelo di Luca è corroborata dalla parabola del “buon Samaritano”.

Su questo brano è necessario fare un approfondimento, in quanto nella risposta data da Gesù spesso si fanno delle interpretazioni non proprio corrette.

Prima di tutto mettiamo in sinossi tale brano.

Vangelo di Marco Cap.10-17>23

<<17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!»>>.

Vangelo di Matteo Cap. 19-16>22

<< 16Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». 17Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, 19onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». 20Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». 21Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». 22Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
 23Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio»>>.

Vangelo di Luca Cap.10 – 25>37

<< 25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
29
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così»>>

Poniamoci la domanda su chi fosse questo “un tale”, il fatto che nel vangelo di Marco si dice che si gettò hai suoi piedi mentre quello di Matteo semplicemente si avvicinò, non è altro che il genere letterario che i due evangelisti usano.

Possiamo dire che è solo la stessa persona, in quanto la sua domanda “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”  si trova in tutti e tre i sinottici, anche in Gesù la sua risposta è sempre riferita alla “Legge” ma con indicazioni diverse.

Interessante che sia in Marco che in Matteo, Gesù fa riferimento hai “Comandamenti” ma non in Luca, la sua risposta per ogni vangelo esalta ciò che è nell’intimo dell’uomo, ciò che è il suo interesse primario, il quale agisce come un nemico interiore impedendogli un cambiamento o una conversione.

Chi è questo personaggio chiamato “Un Tale”?

Né il vangelo di Marco né quello di Matteo ci dicono di più su questa persona, è solo nel vangelo di Luca che possiamo identificare chi effettivamente è.

<< 25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»

Essendo Luca un medico, e un attento osservatore degli avvenimenti, possiamo comprendere come il suo racconto sia più dettagliato rispetto agli altri due evangelisti.

Spendiamo due parole sull’affermazione di Gesù in marco e Matteo. In sostanza e questo vale per tutti noi oggi e domani e sempre, l’amore per i beni materiali, per il denaro, per la ricchezza, per il potere se non si è padroni nel gestirli, saranno loro a gestire noi, con tutto ciò che ne consegue.

Ritorniamo su questo personaggio “Un Tale”

Luca ci dice che egli è un “Dottore della Legge”, il quale è specializzata nello studio della Torah o legge di Mosè, e nell’interpretazione da darle, affinché il popolo potesse osservarla, la cosa non era assolutamente facile, poiché nella Torah (Genesi -Esodo- Levitico- Numeri-Deuteronomio) erano stati estrapolati ben 613 precetti, e di quali precetti era più importante osservare non era facile, in quanto vi erano vari correnti di pensiero e di interpretazione, famose al tempo di Gesù era la scuola rabbinica di Bet Hillel e la contrapposta di Bet Shammai la quale era più rigida dell’altra.

Un esempio, chi interrò Gesù sulla questione del divorzio era la Bet Hillel, la quale cercava la condivisione di Gesù sul divorzio per qualsiasi motivo anche il più futile, al contrario la Bet Shammai ammetteva il divorzio esclusivamente per adulterio (l’adulterio è sempre dovuto alla donna mai all’uomo, ma questo sarà un altro argomento)

Riconoscendo Gesù come un saggio, questo dottore della legge provò ad interrogarlo con una domanda innocente per capire qual’era il suo pensiero in merito al precetto più importante (anche il concetto di Vita Eterna è molto diverso da ciò che insegnò Gesù).

Un aspetto interessante è la risposta che Gesù da nei vangeli di Marco e Matteo, egli si sofferma sulla sostanza della Legge, dividendo in due la sua risposta, la prima parte riguarda la relazione con Dio, come Liberatore del suo popolo dalla schiavitù in Egitto, la sua relazione con loro tramite un patto con Mosè il quale ricettore di tale patto e comunicandolo al popolo, la scelta di Israele se accettare o no tale alleanza ed eventualmente osservandola affinché Israele sarà sempre il suo popolo e Yhwh il loro Dio.

Gesù enuncia la prima parte(la quale si trova solo in Luca) sostanziale della Legge la quale riconosce Yhwh come loro Dio.

Gesù cita Deuteronomio  Cap.6- 4>6

4Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. 5Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.”

Dopo aver citato quale sia il rapporto del popolo con il suo Dio, Gesù enuncia la seconda parte, la quale è strettamente legata alla prima, per questo cita il libro di Levitico Cap.19-18.

“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.”

Citando questi due passi del libro di Deuteronomio e del Levitico Gesù evidenzia quale sia la sostanza della Legge e della diatriba rabbinica sui 613 precetti, inoltre nei vangeli di Marco e Matteo, Gesù evidenzia anche ciò che impedisce all’uomo di essere “perfetto”, il “Materialismo”, Gesù non condanna la ricchezza in quanto tale, esempi di uomini fedeli e ricchi, nelle scritture veterotestamentarie c’è ne sono molte, ma la questione che Gesù ha evidenziato è, fino a che punto la persona considera i beni materiali o la ricchezza? Sarebbe disposto ad una sua rinuncia per un bene superiore?, quale posto assegna alla ricchezza, come se fosse uno schiavo oppure come un padrone?, gestisci tu la ricchezza oppure vieni da essa gestito?.

La risposta è dettata dalla comprensione di chi sia il mio prossimo

                                 Chi è il tuo prossimo?

Prima di addentrarci sulla parabola del “buon Samaritano” dobbiamo comprendere chi era il prossimo per la cultura mosaica.

SEGUE

IPOTESI  TEO-ANTROPOLOGICA SULLA VISIONE DEL VEGGENTE

Di Francesco Franco Coladarci

Desidero trattare un argomento, il quale non mi pare che sia stato trattato e cioè, come il veggente percepisce una visione, quali siano gli elementi coinvolti per cui ha tale visione.

Il nome che ho dato è “ Teo-Antropologica”, in quanto sussiste una concomitanza, un coinvolgimento tra l’aspetto sia trascendente che fisico.

Il primo aspetto da considerare è quello fisico, materiale, è ciò riguarda la “Vista”, il veggente “Vede”, per cui anche per sommi capi necessita esaminare come egli vede. (in calce inserirò un link il quale spiega in modo abbastanza esaustivo quel meccanismo per cui noi vediamo)

La prima domanda che dobbiamo porci è, in che modo noi vediamo.

Nell’immaginario collettivo si pensa che si vede con gli occhi, ma tale modo di pensare è errato, poiché non sono gli occhi che vedono bensì il “Cervello”, se dunque gli occhi non vedono quale è la loro funzione?

Per fare un’analogia, possiamo paragonare gli occhi come un ricevitore Radio.

Quando accendiamo la Radio, udiamo vari suoni, parole, musica, ecc, ma ciò che ascoltiamo è il frutto dei vari procedimenti elettronici, iniziando dalle onde sonore le quali sono elaborate in impulsi elettronici e danno come risultato il suono che esce dall’altoparlante e che noi udiamo.

Nell’uso della vista accade qualcosa di simile, gli occhi non vedono bensì ricevono dall’esterno degli impulsi elettromagnetici, ricordo che la luce è un onda elettromagnetica la cui lunghezza varia, per cui la luce bianca o di vari colori è dettata proprio dalla sua lunghezza d’onda nanometrica.

Vedremo in parole povere il funzionamento della vista, considerando che tutto il procedimento possiamo definirlo istantaneo.

L’oggetto guardato è subito identificato dal cervello, poniamo che stiamo guardando una parete di un palazzo con dieci finestre aperte, la luce (si chiamano “Fotoni” di varie lunghezze e quindi di colore)colpisce la parete del palazzo, le finestre e ogni cosa anche se pur piccola, quando noi guardiamo tale parete i nostri occhi (paragonati ad un ricevitore) vengono colpiti come riflesso da tutti i Fotoni con le loro varie lunghezze d’onda (quindi di colore)

Abbiamo detto che la luce, è una forma di energia elettromagnetica che entra nei nostri occhi ed agisce sui fotorecettori posti sulla retina. Questo dà l’avvio a processi attraverso i quali vengono generati impulsi neurali che attraversano i percorsi e le reti di quelle parti del cervello dedicate alla visione, o cervello visivo.

La luce entrando nell’occhio viene messa a fuoco dal cristallino sulla retina, i ricettori che sono nel suo fondo processano questa onda luminosa in impulsi facendoli viaggiare nel nervo ottico i quali ambedue entrano nel cervello.

Ora cercherò di semplificare ulteriormente, senza entrare nel meccanismo il quale è abbastanza complicato.

Le informazioni trasmesse al cervello sono di impulsi elettromagnetici, poiché tale è la luce, il cervello rielabora o processa tali informazioni con quelle che possiede e che sono messe per così dire in archivio.

Quando tale informazioni sono ben definite (oggetto conosciuto da tutti, come ad esempio una parete con le finestre aperta è univocamente conosciuta da tutti) l’oggetto in esame è interpretato allo stesso modo da tutti.

Esempio – un elefante è visto e percepito come tale da 100 persone, non ci sarà nessuno che dica, per me è una giraffa, l’oggetto/oggetti in esame è/sono univoco/univoci per tutte le persone.

CERVELLO E PAREIDOLIE

 Cosa succede quando l’oggetto in visione non è definito?.

Abbiamo spesso guardato le nuvole, ed ognuno di noi vi vedeva nella stessa nuvola qualcosa di diverso, profilo di un volto, un animale, un monte,ecc.

In questo caso, l’oggetto guardato non è definito né definibile, in sostanza, il cervello ricerca nel suo archivio qualcosa che possa assomigliare a quel profilo, non avendo il cervello un’informazione ben definita e quindi univoca per tutti.

In sostanza la Pareidolia è un processo psichico consistente nella

elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale (per es., l’illusione che si ha, guardando le nuvole, di vedervi montagne coperte di neve, battaglie, ecc.) per cui alcune persone vedono un qualcosa di familiare,  altre vedono altre cose per loro familiari, per cui ciò che si vede o per meglio dire ciò che il cervello vede, cercando di adattarlo a qualcosa di simile, di fatto non esiste.

Detto questo in parole molto povere e quindi sotto l’aspetto antropologico, passiamo all’aspetto Teologico.

INTERVENTO DEL SOPRANNATURALE

E’ possibile che in momenti particolari possa esserci un intervento soprannaturale? Abbiamo forse qualche esempio?

Il racconto del sogno di Giuseppe.

Matteo 1 : 18-25

Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».


Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.


Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Poniamoci la domanda, dove gli apparve l’angelo a Giuseppe?, non quando era vigile, neanche in qualche luogo, ma nel sonno, il cervello di Giuseppe aveva tutte le informazioni sia di quello che era successo sia di quello che doveva fare, tutto ciò era nel suo cervello, ed è qui che  l’angelo del Signore gli apparve, dentro di lui, nel suo cervello, e tale apparizione era talmente reale che da sveglio fece esattamente così.

Torniamo al tema principale, come percepisce la visione il veggente?.

Ritorniamo all’esempio iniziale, siamo i 100 a guardare la parete di un edificio con cinque finestre aperte, 99 vedono la parete e 5 finestre aperte, una persona (veggente) vede la parete, cinque finestre e una donna affacciata alla finestra, come mai che le altre 99 non la vedono?.

Ebbene possiamo dire che la donna affacciata alla finestra non esiste, se esistesse tutti l’avrebbero vista, poiché il procedimento visivo è univoco per tutti veggente compreso.

Allora si comprende bene che la donna affacciata alla finestra, non è reale giacché se lo fosse sarebbe stata una visione univoca, ma non è così, è nel cervello del veggente il quale guardando la parete dell’edificio il cervello vi proietta anche l’immagine della donna messogli  da un evento soprannaturale, come lo fu ad esempio con Giuseppe, quindi affermare che in quel luogo ci sia stata un’apparizione di qualcosa è sostanzialmente errato, poiché la medesima è avvenuta dentro il suo cervello al pari di Giuseppe, e tale immagine poteva essere proiettata in qualsiasi posto.

Ovviamente con questo, non si vuole affermare  che tale evento sia regolarmente un avvenimento soprannaturale per tutti i miriadi di veggenti, anche quelli famosi ed ancora sono da molti decenni  in atto, ma che eccezionalmente o raramente tale evento potrebbe accadere.

Nota

Per un maggiore apprendimento sul come il cervello vede, questo è il link – https://www.amedeolucente.it/meccanismo-della-visione.html

Francesco Franco Coladarci

01/08/2023

Teologia Cristologica

Chi è il Fondamento della Chiesa?

di Francesco Franco Coladarci

Tu sei Pietro e non più Simone

Cominciamo proprio con….Pietro, il cui nome era Simone

Secondo la cultura ebraica accettare un altro nome al posto del proprio significa divenirne un suo sottoposto, instaurando una particolare intimità.

Abbiamo altri due apostoli a cui Gesù cambiò il nome, Giacomo e Giovanni i quali furono chiamati “figli del tuono, a causa del loro carattere impetuoso e intransigente, “vuoi che facciamo cadere il fuoco dal cielo per distruggerli?” il cambio del nome rispecchiava una propria caratteristica, quasi sempre negativa, “Simone” non era da meno.

Pietro era un tipo abbastanza focoso, prima agiva e poi pensava, abbastanza rozzo, superbo “se tutti ti abbandonano io non ti abbandonerò mai”, “prese la spada e tagliò l’orecchio dello schiavo”, ovviamente il suo intento era quello di ucciderlo.

Dunque, Gesù cambiò il nome di Simone in Kefa questo in ebraico, quando si tradusse tale nome in greco l’agiografo usò due termini “ Petros”(maschile) e “Petra”(femminile), tali termini sembrano simili, ma non lo sono affatto, anche noi abbiamo dei termini simili ma con profonda differenza, vedi ad esempio “Accetta” con “Accètta”, sembrano uguali ma non lo sono, e tra questi due termini vi è una notevola differenza, in quanto “Accètta”significa ricevere un qualcosa, mentre “Accetta”è un’arma per tagliare etc, così anche Petros con Petra.

Petros in greco significa ciottolo-sasso, il quale non è adatto alla costruzione, possiamo dire che è simbolo della instabilità, precarietà, mentre Petra significa pietra-roccia la quale è ottima per la costruzione, anche qui possiamo simboleggiare come affidabilità,forza,immutabilità, simili nella terminologia ma con notevoli differenze.

E’ Pietro il fondamento o Gesù?

Matteo16:13-20

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».

Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».

Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

La lode che Gesù fa a Pietro non è dovuta alla comprensione dello stesso, cioè, non è dovuta alla sua intelligenza, alla sua ragione, bensì ad una rivelazione divina, la quale trascende la comprensibilità puramente umana, che sia così lo dimostra proprio queste parole “né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”

Un concetto che in quanto uomo era per lui e altri precluso, solo la Grazia del Padre avrebbe potuto superare questa limitatezza umana, ciò è dimostrato subito nei versetti successivi.

Matteo 16;22-23

Allora Pietro lo prese in disparte e cominciò a riprenderlo, dicendo: «Signore, Dio te ne liberi; questo non ti avverrà mai». Ma egli, voltatosi, disse a Pietro: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini»”

Questa interpretazione è confermata dai fatti successivi, poche righe dopo sempre in Matteo, Gesù si rivolge a Pietro dicendogli: “vattene via da me, Satana, tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”.

Ciottolo e Roccia

Gesù non afferma:«Tu sei Petros (sasso-ciottolo) e su di te costruirò la mia chiesa», ma «su questa Petra (Roccia-Pietra) », ovvero su di me roccia-pietra (ottima per la costruzione), che sono«il Cristo, il Figlio del Dio vivente» come tu, Ciottolo, sotto l’influenza di Dio hai appena detto, pertanto la traduzione sarebbe:«Tu sei PETROS, su questa PETRA… », si potrebbe tradurre come segue:«Tu sei ciottolo-sasso (Petros), su questa Roccia -Pietra(Petra) edificherò la mia Chiesa».

. Perciò seguendo il ragionamento, secondo il Vangelo di Matteo, da un’ispirazione divina e restando alle stesse parole di Pietro, la Pietra a cui fa riferimento Gesù è se stesso

S. Paolo afferma che la roccia spirituale che accompagnava gli Israeliti nel deserto era Gesù.

(Salmi 18;3)

  • Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo(1 Corinzi 10;4);
  • Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo”
  • Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?” (Salmi 18;32)
  • Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia rupe e mio redentore.”(Salmi 19;15)
  • Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna.”
    (Isaia 26;4)

Gesù, la Pietra/Roccia su cui fonda la sua Chiesa

Cristo è la roccia sulla quale sarà edificata la Sua Chiesa; i profeti e gli apostoli ne sono le pietre fondamentali e tutti i credenti le «pietre viventi»

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Salmi 118;22

Non avete forse letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo. Marco 12;10

Siete stati edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito. Efesini 2; 20-22

Sia Pietro che Paolo, non hanno mai riconosciuto alcun altro fondamento della Chiesa che Gesù Cristo stesso, che è la roccia che sostiene tutta la Chiesa

Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. Atti 4;11

Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.] Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosae chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, roccia d’inciampo e pietra di scandalo. Pietro 2;4-8

Poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Corinzi 3:11; vedi anche 1 Pietro 2:4-8). Inoltre, Cristo stesso afferma di essere “la pietra” (Marco 12:1-11: 21:42-44).

L’apostolo Pietro spiega: “Egli (Gesù) è la pietra che è stata da voi edificatori sprezzata, ed è divenuta la pietra angolare. E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati” (Atti 4:10-12).

Testimonianze dei Padri della Chiesa

S. Agostino dice a riguardo: «Il salvatore dice: tu sei Pietro e su questa Pietra che tu hai confessata, su questa Pietra che tu hai riconosciuta esclamando tu sei il Cristo, il figlio dell’Iddio vivente, io edificherò la mia chiesa, vale a dire su me stesso, che sono il figlio dell’Iddio vivente» Serm. 76

Ancora Agostino “Che cosa vogliono dire le parole ‘Io edificherò la mia chiesa su questa pietra?‘ Su questa fede, su quello che è detto: Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente”; e anche: Sopra questa pietra che tu hai confessato, io edificherò la mia chiesa, imperocchè Cristo era la pietra.

Origene dice a riguardo: «Se tu immagini che solo su Pietro sia stata fondata la Chiesa che cosa potresti dire di Giovanni, il figlio del tuono, o di qualsiasi altro apostolo? Se anche noi diciamo Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, allora anche noi diventiamo Pietro: perché ciascuno che si rende simile a Cristo diviene “Pietro”» Comm. A Matteo

S. Ambrogio vescovo di Milano dice a riguardo: «Pietro… ottenne un primato, ma un primato di confessione e non d’onore, un primato di fede e non di ordine» De incarnationis dominicae sacramento, IV, 32 (il mistero dell’incarnazione)

Gli apostoli sono parte del fondamento posto da Cristo (Apoc. 21:14), ma la pietra cui fa riferimento il verso non è un apostolo in particolare, ma è Gesù Cristo:

Gli apostoli sono compartecipanti alla costruzione della Chiesa, la quale ha come suo fondamento Gesù Cristo stesso, ed è proprio in Gesù Cristo vero uomo e vero Dio che le porte degli inferi non prevarranno sul suo fondamento e quindi su tutta la sua struttura la quale è per partecipazione collegata agli apostoli.

“Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti,essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito”(Efesini 2:20-22).

“Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù(1 Corinzi 3:10-11).

Come possiamo notare, il fondamento su cui è edificata la Chiesa non è l’apostolo Pietro bensì Gesù stesso, fermo restante tutte le prerogative di san Pietro sul confermare i fratelli e quindi la chiesa nella fede, mentre Gesù Cristo è capo del suo fondamento e della sua Chiesa per essenza, gli apostoli e successori lo sono per partecipazione, e………non è poco.

Teologia Mariana – Il coraggio di Maria e l’umiltà di GiuseppeTeologia Mariana –

di Francesco Franco Coladarci

Settembre 2020

Si attribuiscono a Maria molte virtù, l’umiltà per eccellenza, vi è però una virtù raramente menzionata la quale dovrebbe essere di esempio per tutte le donne,(non discrimino poiché dopo tocca a Giuseppe 🙂 )

Tale virtù è il “Coraggio”, vedremo come ben si attribuisce tale virtù all’agire di Maria

Iniziamo con un

Antefatto

Luca 1: 26-38

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me(errata traduzione in quanto è “di me” e non “per me” ) secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Per comprendere la pericope (brano completo con il suo contesto) necessita conoscere la cultura ebraica dell’epoca e cosa diceva la legge in merito al fidanzamento e matrimonio.

Vediamo come avveniva il fidanzamento.

Come d’uso, erano i genitori o i parenti più prossimi i quali sceglievano il ragazzo o la ragazza da far sposare ( anche da noi succedeva così non molti decenni fa).

Il fidanzato andava nella casa della fidanzata con i suoi familiari e si celebrava il “Matrimonio” il quale non era ancora l’effettivo sposalizio, ma un impegno talmente solenne che era equiparato all’effettivo sposalizio o nozze, con tutti gli obblighi e osservanze loro pertinenti, in primis la più importante “Fedeltà Coniugale”, la cui violazione era punita secondo la “Legge”.

Leggiamo alcuni passi di tale legge.

Levitico 10:5

10Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte.

Deuteronomio 22:22

22Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele.

Deuteronomio 22: 13-21

13 Se un uomo sposa una donna e, dopo aver coabitato con lei, la prende in odio, 14 le attribuisce azioni scandalose e diffonde sul suo conto una fama cattiva, 15 il padre e la madre della giovane prenderanno i segni della verginità della giovane e li presenteranno agli anziani della città, alla porta. 18 Allora gli anziani di quella città prenderanno il marito e lo castigheranno. 20 Ma se la cosa è vera, se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, 21 allora la faranno uscire all’ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà.

Possiamo fermarci qui con le scritture

Essere fidanzati significava sottostare alla legge, rispettandone tutti gli obblighi come se fossero effettivamente sposati.

Si comprende bene quale rischio correva la donna fidanzata, in modo particolare se arrivava allo sposalizio non più vergine, per l’uomo c’erano scappatoie, in quanto mentre era facile dimostrare l’infedeltà della donna non era così facile dimostrarle per l’uomo, ma anche dimostrate per l’uomo c’era sempre……..un occhio di riguardo 🙂 , vedere ad esempio il racconto dell’apostolo Giovanni sull’Adultera, non si fa menzione dell’uomo complice del suo adulterio, eppure la legge imponeva la pena capitale per entrambi, ma l’uomo non c’è, e molto si potrebbe dire in merito su questi…..privilegi mascolini.

Torniamo al racconto di Luca, il racconto ci dice che Maria era promessa sposa di Giuseppe, quindi erano fidanzati e come abbiamo detto dovevano rispettare gli obblighi come se fossero effettivamente sposati, il fidanzamento durava un anno ed ognuno dei fidanzati rimaneva nella propria casa, passato un anno il fidanzato tornava la casa della fidanzata e con tutti i suoi familiari, si celebrava lo sposalizio, dopo di che la sposa andava a vivere nella casa dello sposo, questa era la prassi a cui Maria doveva sottostare.

Poniamoci la seguente domanda: Maria conosceva tutto questo?, dal suo Magnificat possiamo affermare che ben conosceva cosa imponeva la legge e quali obblighi lei dovesse osservare, non immaginando ciò che l’aspettava.

Continuiamo nella lettura.

“Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”.“ A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”

“Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio…”

Maria era una ragazza che amava Dio, conoscitrice della “Legge”, osservante degli obblighi che comportava, assidua nel Tempio, amorevole verso i propri parenti e verso il prossimo, mite nel suo carattere, fedele al suo fidanzato Giuseppe, felice di vivere una vita nell’amore di Dio e nel suo amato Giuseppe, ella abitava nella sua casa attendendo il momento dello sposalizio con il giovane Giuseppe, desiderosa di fortificare la loro unione con i figli che il Signore donava, Maria manifestava fino a quel momento fatidico tutte le speranze proprie di una ragazza ebrea, ma ora con quel saluto sembrava di mettere tutto in discussione.

Già l’apparizione dell’angelo avrebbe procurato un certo turbamento, anche se tali apparizione nella cultura ebraica non erano rare, ma era il saluto che Maria non riusciva a capire, come non capiva il motivo di tale visita, ella si rendeva conto che al saluto iniziale doveva esserci qualcos’altro, qualcosa che non capiva e per questo rimaneva turbata, molto più turbata sarebbe stata quando ascoltò ciò che seguiva dopo il saluto.

Continua l’angelo

“Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”

Bene, pensò Maria, avrebbe concepito un figlio con il suo amato Giuseppe, sarebbe stata una delle tante famiglie timorate di Dio……. Ma neanche per sogno.

Continua l’angelo.

“Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”

E’ in questo momento che Maria comprende il saluto dell’angelo, comprese di essere stata scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, comprese anche che il suo amato Giuseppe non sarebbe stato il padre, ma non comprese come si poteva concepire senza il suo Giuseppe.

“Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo”. 

La risposta di Maria non era di incredulità bensì di comprensione, una simile cosa non era mai accaduta, è vero che molte donne sterili sono state alla fine benedette con un figlio, ma è anche vero che ciò è stato possibile con la partecipazione del marito, ora si presentava a Maria qualcosa di diverso, qualcosa inconcepibile sotto l’aspetto puramente umano, “com’è possibile senza un uomo?”

L’angelo le fornisce subito la risposta

“Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio” a conferma della potenza di Dio l’angelo la rassicura.

“Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile:nulla è impossibile a Dio”

A questo punto Maria ha completamente fede nelle parole dell’angelo, ha fede, cioè ha fiducia nella promessa di Dio la quale si adempirà come gli è stata comunicata, giacché “nulla è impossibile a Dio”.

Fermiamoci un attimo, Maria è una ragazza, perdi più fidanzata con Giuseppe, la quale la obbliga all’osservanza della Legge, aderire all’annuncio dell’angelo significa ammettere di fatto l’adulterio, in quanto il bambino che avrebbe generato non era il figlio di Giuseppe, dire poi a tutti che tale concepimento non è stato a causa dell’uomo significava essere presa e secondo la legge essere lapidata, neanche Giuseppe con tutto il suo amore verso Maria poteva credere a una spiegazione simile, insomma, come ragazza tali pensieri passarono nella sua mente, sotto l’aspetto puramente umano la vita di Maria era appesa ad un filo.

“Allora Maria disse”

La parola “Allora” denota che Maria rifletté su cosa diceva la legge sull’adulterio (umanamente sarebbe stato questo il suo stato) con tutte le conseguenze che sarebbero accadute, non dimentichiamo che la pena era la lapidazione e il primo a scagliare la pietra sarebbe dovuto essere proprio il suo amato Giuseppe, in seguito tutta la comunità.

“Nulla è impossibile a Dio”, queste parole penetrarono nella sua mente e nel suo cuore, il Dio che tanto amava e che l’ha fatta partecipe del suo piano redentorio facendola essere Madre di suo Figlio “Logos”, non solo non l’avrebbe abbandonata, ma l’avrebbe custodita da ogni cosa, anche in merito alla legge, per opera dello “Spirito Santo” il Verbo si sarebbe incarnato in Maria per “Salvare il mondo” e per essere Padre di tutti coloro che l’avrebbero accettato donando la sua Madre Maria come “Loro Madre”

“Allora” e solo allora Maria rispose

“Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Coraggio e Fede, questo ci insegna Maria S.S, in modo particolare quando le cose umanamente non sembrano risolvibili, facciamo nostre le parole dell’angelo “Nulla è impossibile a Dio”.

L’umiltà e l’amore di Giuseppe

Passiamo ora a Giuseppe.

Una falsa iconografia ha sempre mostrato Giuseppe come un vecchio decrepito, anche se la motivazione è comprensibile tale rappresentazione è puramente errata e fantasiosa.

Nella cultura ebraica c’era l’usanza di far sposare i propri figli abbastanza giovani, 13/14 anni per la ragazza 15/18 anni per il ragazzo, nei vari secoli la chiesa e in particolar modo nel medioevo aveva la fobia del sesso, spesso invece di guardare l’uomo dalla cintola in su, lo guardava dalla cintola in giù, tale modo di concepire il sesso ne fece le spese anche il nostro caro Giuseppe, che da giovane pieno di vigore di vita e virilità è stato rappresentato come un vecchio prossimo al trapasso.

Bando alle ciance, andiamo avanti.

Matteo 1:

“Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”

La scrittura ci dice che Giuseppe era un uomo “Giusto”, il termine non è proprio pertinente al personaggio, in quanto essere giusto significa giudicare in base alle norme, alle leggi, come dire, una persona ruba giustizia vuole che venga condannata e punita, e questo a prescindere dalle motivazioni.

Il termine più consono è Kalòs, il cui significato è “Buono), allora Giuseppe non era solo un giovane giusto ma un giovane buono, poiché quanto una persona è buona lo è anche nella giustizia la quale è sempre condizionata dalla bontà.

Anche Giuseppe era un giovane timorato di Dio, assiduo nel tempio, conoscitore della Legge, instancabile lavoratore.

Ora, cerchiamo di tornare indietro con la mente e posizionandoci vicino a Giuseppe osservando i suoi movimenti e il suo stato d’animo.

Abbiamo detto che i fidanzati stavano ognuno nella propria casa per un anno, ciò non vuol dire che ogni tanto si vedevano, così era per Giuseppe e Maria, quando l’angelo visitò Maria, le disse che sua cugina Elisabetta (la sterile) era al sesto mese di gravidanza, andando a trovare la sua cugina si fermò finché non partorì, e questo per tre mesi, dopo di che ritornò alla sua casa.

E’ evidente che per tutto questo tempo Giuseppe non la vide, sicché quando si incontrarono vide la gravidanza di Maria, e qui in Giuseppe si scatenò il putiferio, (prima di andare avanti non dimentichiamo che noi la storia la conosciamo, ma Giuseppe no, la stava vivendo)non è passato neanche un anno e Maria mi ha tradito, allora le mie carezze sui suoi bellissimi capelli, le mie parole d’amore, i nostri sguardi d’amore, le nostre promesse, i nostri progetti, tutto falso, tutto falso, e il cuore di Giuseppe si faceva sempre più piccolo, perché egli amava profondamente Maria, e i suoi occhi vedevano solo lei, Maria, dolce Maria.

Cosa devo fare – pensò Giuseppe – come devo comportarmi, e qui si innesca un grande dilemma nella mente e nel cuore di Giuseppe, egli conosceva molto bene cosa diceva la “Legge” in merito all’adulterio, se Giuseppe amava Dio doveva ubbidire alla “Legge”, se amava Maria allora doveva trasgredire la “Legge”, per noi oggi rispondere a tale domanda non ci provoca difficoltà, poiché conosciamo gli insegnamenti di Gesù, ma per Giuseppe era tutt’altra cosa, sapendo che la sua amata Maria sarebbe stata lapidata e lui sarebbe stato il primo a scagliare la pietra, prese la sua decisione, per il bene della sua amata Maria è giusto trasgredire la “Legge”, poiché anche in quella circostanza apparentemente incomprensibile il suo amore per Maria non era diminuito.

non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto(divorziare)

Per comprendere l’azione di Giuseppe necessita sapere come al suo tempo veniva interpretata la “Legge”, vi erano due scuole rabbiniche, Hillel e Shammai le quali interpretava in modo differente la questione del “Divorzio”.

Per la scuola rabbinica di Shammai il divorzio era ammesso esclusivamente per “Adulterio”, con denuncia agli anziani e pena di morte (lapidazione) per la donna (per l’uomo vi erano molte scappatoie).

Per la scuola di Hillel, il divorzio era ammesso per ogni motivo ,oltre all’adulterio, possiamo affermare per ogni insignificante motivo, la moglie ha fatto raffreddare la minestra, il marito poteva divorziare, la moglie invecchiava, ebbene, il marito era giustificato a prenderne una più giovane, bastava solo il “Libello”, cioè, una dichiarazione senza spiegazione in cui si affermava di non voler più come moglie tale donna.

Salta subito all’occhio la grande differenza tra queste due scuole, nella situazione in cui si veniva a trovare Giuseppe la sua scelta cade inevitabilmente sulla interpretazione di Hillel, così, per evitare la morte per lapidazione alla sua amata Maria Giuseppe scrive un “Libello” in cui rifiutava semplicemente Maria come sua sposa, senza dover dare nessuna spiegazione neanche sulla sua gravidanza, e…..questo era quello che pensava di fare.

Andiamo avanti, sempre in Matteo cap.1

“Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”

Vi sono due aspetti da considerare “L’Angelo del Signore” e il “Sogno”.

Vi sono due affermazione nella scrittura in merito all’Angelo, quando leggiamo ad esempio in Luca “l’angelo Gabriele fu mandato da Dio”, allora chi parlò a Maria era effettivamente un angelo, un essere di spirito, al contrario quando leggiamo “ l’angelo del Signore”, vuol semplicemente dire che era direttamente il Signore che parlava, siccome nella cultura ebraica era inconcepibile avere un rapporto diretto con Dio, allora l’agiografo (l’autore) inseriva il termine “angelo”, in realtà era il Signore che parlava.

L’altro aspetto è il termine “Sogno”.

La scrittura ci dice che Giuseppe……dormiva, ma nel frattempo “stava considerando queste cose”, allora non dormiva!, siccome sognava stava dormendo.

Per comprendere e risolvere questo guazzabuglio dobbiamo sapere che esistono anche se rari, quelli che si chiamano “Sogni Lucidi”, in sostanza la persona si rende conto sia di dormire che di sognare, avendo la possibilità di interagire con il sogno, modificandolo a piacere, mentre il corpo dorme la mente è sveglia, è come se ci fosse uno sdoppiamento, cosa che invece alla maggioranza non accade, quando ci mettiamo a dormire ci risvegliamo alla mattina spesso non ricordando il sogno fatto, ma, anche ricordandolo è qualcosa non reale, nel sogno lucido è diverso, la persona sa di dormire come di sognare non solo, può interagire con il sogno stesso, ricordando perfettamente il sogno e cosa ha fatto in quel momento.

Ecco allora il sogno di Giuseppe, egli sognava e nel frattempo “considerava queste cose”, poiché stava avendo un sogno lucido (non è detto che tale situazione sia sempre ripetibile), mentre considerava queste cose:

L’angelo del Signore gli dice “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Come risultato Giuseppe “prese con sé Maria sua sposa” poiché ciò che udiva era “reale” pur dormendo.

Il coraggio di Maria, l’umiltà e l’amore verso di lei di Giuseppe, la Grazia di Dio da essi accolta hanno permesso di essere partecipi del progetto “Shalom” il piano di Dio per la redenzione dell’umanità.

Teologia Escatologica – Capitolo V -Parte VIII – Anima Immortale e/o Resurrezione-

APPENDICE

La questione del Tempo – assoluto o relativo?

di Francesco Franco Coladarci

La questione del Tempo – assoluto o relativo?

( L’argomento in questione è trattato con estrema semplicità affinché possa essere compreso anche dalle persone meno istruite.)

Quando leggiamo le esperienze dei vari mistici con le anime del purgatorio e del loro tempo di purificazione, notiamo che a volte si parla di poco tempo, altre volte di mesi, altro ancora di anni, cercheremo di comprendere meglio questo aspetto del Tempo o dell’attesa prima di essere liberate.

Nella trattazione sulla Escatologia, si è messo in risalto che il tempo non è un assoluto, ciò che è il tempo sul nostro pianeta non lo è in un altro, esso varia secondo le leggi fisiche che governano l’universo, si comprende allora che il “Tempo” nell’aldilà non è e non può essere paragonato al tempo dell’aldiquà, il tempo nel mondo fisico ha tre caratteristiche univoche, “Passato – Presente – Futuro”, nell’aldilà,  o per meglio dire, nell’Atemporalità (categoria nella quale non sussiste il tempo) queste tre caratteristiche si fondono in quello che è “l’Istante Eterno – Eterno Presente”, per cui, non si dovrà “Attendere” che un qualche avvenimento si compia, esso è già compiuto in tale “Istante”.

In sostanza in Dio tutto è compiuto (Dio non deve aspettare che un evento si compia), è evidente che nel mondo fisico tale compimento è in corso.

Come comprendere allora il tempo in merito al Purgatorio, quando alcune anime affermano di essere nel Purgatorio da molto tempo?. (il Purgatorio non è un luogo ma uno stato in cui si trova l’anima, esse non vengono dal Purgatorio, ma con il Purgatorio)

Per comprendere la questione del tempo dobbiamo usare un’analogia più comprensibile, lo facciamo con qualcosa a noi familiare, il “Tempo nel nostro sistema solare”, ciò ci aiuta a comprendere meglio la questione.

Per primo useremo una unità di riferimento, il tempo terrestre, giorni – mesi – anni, tale riferimento non è un assoluto e valido in tutto l’universo (come si credeva una volta) ma ci aiuta a comprendere come il tempo nell’aldilà non è e non può essere come il nostro tempo, giacché non lo è neanche nell’aldiquà.

La Terra compie un giro intorno al Sole in 365 giorni (facciamo cifra tonda), tale giro è chiamato anno, ed esso è suddiviso in 12 mesi, ogni mese in 30 giorni (anche qui cifra tonda).

Tale caratteristica è valida per la Terra, che dire se questa caratteristica o unità di misura l’applicassimo ai vari pianeti più lontani come Giove – Saturno – Urano – Nettuno – Plutone, possiamo dire che il nostro anno sia lo stesso di questi pianeti e che il trascorrere del nostro tempo sia lo stesso per tutti gli altri?

Prendiamo l’ultimo pianeta il quale è Plutone, applichiamogli la nostra unità di misura temporale, anno – mesi – giorni, immaginiamo (per amore dell’argomento) che in tale pianeta ci sia il Purgatorio in cui vi sono le anime purganti, ci rimane più facile comprendere la loro relazione con noi.

Dunque, Plutone compie un giro intorno al Sole in 250 anni (cifra tonda), quindi in 3000 Mesi e in 90.000 giorni, già vediamo l’enorme differenza tra la Terra e Plutone.

Un anno sul “Purgatorio” di Plutone corrispondono ai nostri 250 anni – un mese ai nostri 20 anni – 15 giorni ai nostri 10 anni – 7,5 giorni ai nostri 5 anni – 3,5 giorni ai nostri 2,5 anni – 1 giorno ai nostri 1,5 anni.

Quando sulla Terra sono passate sei generazioni di quarant’anni ognuna per un totale di 240 anni (arrotondiamo) in Plutone è passato “solo” un anno, se un’anima doveva purificarsi per il tempo di un anno, sulla Terra sarebbero passati 250 anni, cioè sei generazioni.

Ora, tale anima si sarebbe potuta manifestare benissimo nel tempo di queste sei generazioni cioè in 250 anni, ammettiamo che tale anima abbia fatto visita ad una persona delle prime tre generazioni, dicendogli che sono 125 anni che soffre in Purgatorio, è evidente che si riferisce al tempo terrestre, poiché nel suo tempo (Plutone-Purgatorio) sono passati solo sei mesi e non 125 anni, e questo a motivo della disparità temporale tra i due pianeti.

Ora, questo ragionamento applichiamolo nell’aldilà, abbiamo detto che nell’A-Temporalità non sussiste né il tempo né lo spazio, ma l’istante eterno, ed è proprio nell’istante eterno che l’anima viene purificata, ma questo “Istante” il quale è proprio in Dio, ingloba anche il nostro tempo, per cui un’anima  potrebbe apparire dicendo di essere in purgatorio da vario tempo, come per l’esempio di Plutone ciò è vero, poiché l’anima si riferisce al nostro tempo, mentre nell’A-Temporalità essa è stata subito purificata.

Comprendo che la questione del Tempo sia alquanto complicata, questo perché l’uomo è legato proprio al nostro tempo, alle caratteristiche terrestri, al tempo terrestre e, al di fuori di queste si fa fatica a comprendere altre realtà temporali, necessita però di evitare di misurare realtà diverse con la nostra unità di misura, poiché ogni realtà sia fisica che spirituale ha la propria unità di misura.

Cercheremo di approfondire l’argomento usando un disegno, precisamente un triangolo, poiché certe difficoltà si possono in una certa misura superare con esempi semplici..

Possiamo notare che è un triangolo equilatero, cioè ha i tre angoli uguali, cosa significa tale figura con gli angoli uguali?.

Il triangolo raffigura tutto l’universo, essendo creato è anche finito, cioè ha i limiti o confini, non è qualcosa di infinito, essendo una creazione ha i propri confini.

Il fatto che il triangolo ha gli angoli uguali, ci fa comprendere come nell’universo regni in modo equilibrato in ogni sua parte le leggi fisiche, senza le quali l’universo stesso non potrebbe esistere, vi sono due leggi fondamentali le quali interessano anche noi, senza di esse non sarebbe possibile la vita.

SPAZIO E TEMPO

Noi viviamo sia nello spazio che nel tempo, ad esempio, se vogliamo andare al mare, dobbiamo percorrere una certa distanza, diciamo 50 chilometri, questo è lo spazio, tra Terra e Sole c’è la distanza, cioè lo spazio, così tra le stelle, tra i pianeti, entro l’universo c’è lo Spazio.

Il Tempo è l’unità di misura impiegata per andare da una parte ad un’altra, se dobbiamo percorrere 50 chilometri per andare al mare, impiegheremo un certo tempo, ad esempio 1 ora (c’è traffico J ), comprendiamo subito come non ci possa essere lo spazio (andare al mare) senza il Tempo (1 ora), comprendiamo anche come spazio e tempo non possano essere separati, quando parliamo dello spazio, parliamo del tempo, e, quando parliamo del tempo parliamo dello spazio, e questo è valido soltanto ed esclusivamente nell’ambito dell’universo, poiché se non ci fosse l’universo, non ci sarebbe né lo spazio né il tempo, sicché possiamo definire queste due unità di misura come Spazio/Tempo ad indicare la loro indissolubilità.

Torniamo al nostro triangolo, precisamente alla sua base, diciamo da A a B, in questa linea abbiamo sia lo spazio (la distanza tra A e B) che il tempo, cioè, quanto impieghiamo per andare da A e B, questa tratta A e B è l’inizio e la fine dell’universo, ed entro tale linea vi è la sua storia, la quale coinvolge anche l’umanità.

Torniamo al triangolo, possiamo notare che al centro c’è una linea tratteggiata, ebbene, quella linea al centro del triangolo indica il nostro presente, ciò che in questo momento stiamo facendo, ma subito ciò che abbiamo fatto rientra nel passato A-h, mentre la parte h-B è il futuro, ciò che faremo, tutto questo avviene entro l’universo nello Spazio/Tempo.

Ora, se vediamo le due righe oblique A e B partire dalla base verso l’alto convergono insieme alla riga centrale h, in un solo punto, ed è proprio in questo punto che si ha la storia completa dell’universo, compresa la nostra storia.

Se l’universo (dentro al triangolo) è stato creato da Dio è evidente che Dio è al di fuori della sua creazione, quindi, mentre noi viviamo nella temporalità dovuta allo spazio/tempo, Dio si trova nella A-temporalità, cioè al di fuori di essa, per cui il vertice del triangolo il quale è un punto, è presso Dio un Istante Eterno o un Eterno presente, nel quale convogliano sia il passato, il presente e il futuro, concludendo la storia dell’universo e la storia dell’umanità, anche se, nella nostra temporalità parte della nostra storia deve ancora essere scritta. 

Teologia Escatologica – Capitolo V -Parte VIII – Anima Immortale e/o Resurrezione-

ULTIMA PARTE

Una proposizione teologica

La Risurrezione

di Francesco Franco Coladarci

Affrontiamo l’ultimo argomento, la “Risurrezione”, esso verrà svolto tenendo sempre in considerazioni le verità di fede espresse da Papa Benedetto XII nella sua bolla “Benedictus Deus”, le quali sono.

Alla morte l’anima si presenta a Dio

Giudizio Particolare

Purificazione (Purgatorio)

Retribuzione

Risurrezione dei morti e giudizio universale.

Ciò che finora abbiamo considerato è come queste definizioni di fede si relazionano tra di loro (vedere “Il Giudizio”), l’argomento verrà considerato alla luce della Scrittura, dei Padri della Chiesa e del Magistero.

In merito alla Risurrezione si pongono tre domande

Se la Resurrezione si compie alla “fine del mondo”

Se la Resurrezione è “istantanea al momento della morte”.

Se in cielo vi sono con il corpo “solo Gesù e Maria”.

Prima di tutto non userei il termine “risurrezione dei morti”, tale affermazione ha il sapore della dottrina giudeo-cristiana, ed in modo particolare nella teologia protestante (almeno per una sua parte), la quale afferma che con la morte, muore l’uomo nella sua interezza, cioè, anima e corpo, essi concepiscono l’anima come il principio costitutivo dell’uomo, anima che “anima” il corpo, non immortale, per cui, una volta morto il corpo è morta anche l’anima, come precedentemente alla nascita non era e poi è, così ritornerà con la sua morte.

Per i protestanti la risurrezione è tale nell’interezza dell’uomo, corpo e anima.

Per noi cattolici e per le chiese ortodosse e cattoliche orientali, l’anima è immortale (appartenente alla categoria delle Idee), in quanto creata da Dio, per il suo principio costitutivo non soggiace alla materia né al suo disfacimento.

Alla prima domanda, se la risurrezione è “alla Fine del mondo”, non possiamo rispondere affermativamente, in quanto tale fine si colloca nel tempo e nello spazio, ma noi sappiamo che la risurrezione esula dalla temporalità, ed anche nella nostra temporalità il tempo non è un assoluto ( come si credeva), bensì relativo a vari fattori.

Alla seconda domanda, se la risurrezione sia istantanea al momento della propria morte, possiamo ragionevolmente rispondere di si, in quanto essa si colloca in quell’Istante Eterno proprio della A-temporalità.

In merito alla terza domanda, se in cielo vi sono solo Gesù e Maria con il loro corpo, si può ragionevolmente rispondere di no.

Detto questo, ricerchiamo le varie motivazioni nelle ultime due domande.

Iniziamo dall’ultima domanda “ se in cielo vi è solo Gesù e Maria con i loro corpi”

Necessita sapere cosa dice il Dogma dell’assunzione di Maria S.S al cielo con il corpo, promulgato da Papa Pio XII nel 1950.

Munificentissimus Deus

La glorificazione di Maria con anima e corpo è senza dubbio un sublime privilegio a colei che concepita senza peccato divenne la Madre del Figlio di Dio incarnato, una dignità ed una santità incomparabili.

Ma in nessun punto della Munificentissimus Deus né in alcun altro documento del Magistero Ecclesiastico si afferma che tale “Privilegio” sia unico, cioè, solo a Maria e a nessun altro.

In tale Documento la Chiesa afferma e quindi si è tenuti a credere che Maria S.S è in cielo con anima e corpo insieme a Gesù, ma lascia spazio alla riflessione teologica, per cui nulla vieta di pensare che in cielo vi siano altri santi con anima e corpo che godono della gloria celeste.

Pienamente noi possiamo credere

Tale affermazione fu pronunciata da Papa Giovanni XXIII nel 1960.

Nell’omelia tenuta nella Solennità dell’Ascensione di nostro Signore e ascritta negli Acta Apostolicae Sedis (possiamo definirla la gazzetta ufficiale della chiesa) , documento che per qualche misterioso motivo è stato dimenticato anche da parte degli addetti ai lavori, e quindi sconosciuto alla maggioranza, eppure un documento molto illuminante in merito al nostro argomento.

IOANNES PP. XXIII

HOMILIA

II – LA GLORIA DEI SANTI NELL’ASCENSIONE

<<Diletti Fratelli e figliuoli ! È da questo vertice che la luce dell’Ascensione si irradia di un secondo aspetto di provvidenza divina a beneficio della umanità rigenerata : un nuovo incanto, un prodigio ineffabile di grazia e di gloria.

Con Gesù che ascende alla destra del Padre si aprono le vie dei cieli

per i figli dell’uomo, ormai riassunto alla sua primitiva destinazione

di creatura spirituale riservata ai beni eterni.

Già S. Matteo, il primo degli Evangelisti, aveva raccontato che al

morire di Gesù sul Golgota, oltre allo scindersi del velo del tempio

in due parti, al commuoversi della terra e delle pietre, anche i sepolcri si aprirono et multa corpora sanctorum qui dormierant surrexerunt, et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius venerunt in sanctamcivitatem et apparuerunt multis.

Come non scorgere in questo inaspettato prodigio il primo apprestamento della processione che dopo quaranta giorni doveva sollevarsi a volo, dall’oliveto per la via luminosa dei cieli e precisamente per accompagnare il trionfante Redentore Divino, nell’atto di prendere anche in forma umana il possesso del regno eterno a cui, Agnello sacrificato per i peccati del mondo, aveva assicurato il diritto sacro e glorioso?

Tra i Padri e i Dottori che variamente interpretano questo passo di S. Matteo, P Aquinate nel suo Commentario prende posto decisamente presso quanti asseriscono che corpora sanctorum qui dormierantsurrexerunt — egli aggiunge tamquam intraturi cum Christo incoelum.

Spetta quindi ai morti dell’Antico Testamento, i più vicini a Gesù

nominiamone due dei più intimi alla sua vita, Giovanni Battista il

Precursore e Giuseppe di Nazareth, il suo nutricatore e custode — spetta a loro — così piamente noi possiamo crederel’onore ed il privilegio di aprire questo mirabile accompagnamento per le vie del cielo: e dare le prime note all’interminabile Te Deum delle generazioni umane salienti sulle tracce di Gesù Redentore verso la gloria promessa ai fedeli, alla grazia sua. Anche a non toccare qui la grave questione circa il numero degli eletti, è ben certo che col nome di Gesù sulla fronte e con la grazia sua nel cuore e nella vita, durante venti secoli, il computo dei buoni discepoli e degli amici di Gesù supera ogni possibile calcolo, ed il corteo che si inizia coli’Ascensione deve confortare ed incoraggiare ogni anima credente e fiduciosa nelle promesse di Cristo.>>

Acta Apostolicæ Sedis, 52 (1960), pp. 453-462.

Per chi volesse leggere tale documento, questo è il link

http://www.vatican.va/archive/aas/documents/AAS-52-1960-ocr.pdf

Abbiamo visto in merito all’assunzione in cielo con il corpo dei vari Santi, l’affermazione di Papa Giovanni XXIII nella sua omelia “Pienamente noi possiamo credere”.

Ora consideriamo se questo “privilegio” sia riservato solo ad alcuni santi oppure sia esteso a tutto il genere umano, a prescindere dalla loro “destinazione , se nella beatitudine o nella dannazione”.

Leggiamo l’avvenimento cruciale della morte di Gesù Cristo.

Matteo cap. 27, 52-53

51Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. 53E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.”

La storicità dell’avvenimento è garantita dalla scrittura, scendiamo nei particolari, dividendo la pericope in due parti.

La prima riguarda la “Risurrezione dei corpi”.

La seconda, il loro “Apparire a molti”.

In merito alla prima parte, la scrittura ci dice che al momento della morte di Cristo i corpi dei santi risuscitarono, appare subito una contraddizione con la scrittura la quale afferma che Cristo risorse il terzo giorno, come coniugare questa apparente contraddizione tra la risurrezione dei corpi dei santi e la risurrezione di Cristo il terzo giorno?.

Necessita in questo caso tenere bene a mente ciò che sono le nostre categorie temporali, il trascorrere il tempo nello spazio secondo la nostra categoria e ciò che è la categoria della a-temporalità, solo in questo modo tenendo in considerazione questi aspetti possiamo eliminare quella che sembra essere una contraddizione.

Quando la scrittura ci dice che Gesù risorse il terzo giorno lo afferma secondo lo scorrere del nostro tempo, quindi la manifestazione della risurrezione di Cristo in quanto apparve ai suoi discepoli il terzo giorno dopo la sua morte, va collocata nel mondo fisico cioè nella nostra temporalità. (non dimentichiamo che per gli ebrei la simbologia numerica non aveva solo valenza matematica, ma anche descrittiva, per cui il numero “tre giorni” significava che un avvenimento è stato attuato nella sua completezza)

La scrittura ci dice che i corpi dei santi risuscitarono nel momento della morte di Gesù, è palese che l’avvenimento deve essere collocato in un’altra categoria, non più nella nostra temporalità bensì nella atemporalità, giacché non è possibile che i corpi dei santi potessero essere risuscitati prima della risurrezione di Gesù Cristo, in quanto proprio nella risurrezione di Cristo primogenito dei risorti è stata aperta la via alla risurrezione dei corpi, i quali destinati nella dimora eterna, la manifestazione di tale risurrezione dei “santi corpi” indicava tale apertura.

Questo ci fa comprendere anche un altro aspetto importante, la resurrezione effettiva di Gesù Cristo, avvenne nello stesso istante della sua morte, ed è proprio in questo istante cioè subito dopo la sua morte/resurrezione furono risorti i corpi dei santi, in modo che egli fosse il primogenito della resurrezione dai morti.

La morte e risurrezione di Cristo non era a favore “solo” di questi santi ma di “tutto il genere umano”, sicché non solo questi santi ma tutti i corpi dei defunti furono risuscitati, sia dei santi (nel significato etimologico del termine) destinati alla beatitudine eterna sia dei malvagi destinati alla dannazione eterna, sicché da allora in poi ogni persona sarebbe stata immediatamente resuscitata al momento della sua morte.

La scrittura ci dice ancora che si uscirono dai loro sepolcri e “apparvero a molti”, è evidente che tale apparizione non può precedere quella di Cristo, la quale si manifestò proprio il terzo giorno, sicché i corpi dei santi furono resuscitati al momento della morte di Cristo ma apparvero a molti solo dopo l’apparizione di Cristo, è interessante il termine apparire, in quanto manifesta un’azione immediata come quando Gesù apparve ai suoi apostoli a porte chiuse.

In merito alla risurrezione dei santi, nella quale la scrittura é ben chiara, i padri della Chiesa si divisero in due correnti.

La prima, affermava che i corpi dei resuscitati erano stati rianimati, come nel caso di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, la figlia di Jairo, tale ipotesi era sostenuta da Sant’Agostino, Teodoreto, San Gregorio Magno, secondo loro la rianimazione era pro-tempore, cioè che con il tempo sarebbero morti di nuovo, c’è però da dire che tutte le resurrezione di Gesù furono fatte sempre su “richiesta”, cosa che non sussisteva nel caso in questione, inoltre, i corpi dei santi erano diventati scheletri e quindi la loro risurrezione sarebbe stata una “creazione” dei loro corpi, inoltre non avrebbe senso il termine “Apparire a molti”, in quanto tale termine denota un avvenimento fuori dal normale.

La seconda corrente, supportata da Sant’Ignazio di Antiochia, San Clemente di Alessandria, Origene, Eusebio, San Girolamo, Sant’Epifanio e San Beda il Venerabile, sostiene invece che si trattò di vere e proprie resurrezioni sul modello della Resurrezione di Cristo, della quale costituirono varie manifestazioni “Apparendo a molti”.

E’ proprio la seconda corrente, cioè una vera risurrezione nel modello di Gesù Cristo, quindi con corpi gloriosi, che si affermò nella tradizione teologica ed in particolare nell’Escatologia del XX secolo.

P.Marco Sales, esegeta domenicano che così scrive all’inizio del XX secolo: “Siccome si parla di corpi di santi risuscitati, e si dice che apparvero a molti, è chiaro che si tratta di una vera risurrezione, nella quale però i corpi non erano più soggetti alle leggi della materia, ma gloriosi e dotati di nuove proprietà”; tali risorti, come insegna la “sentenza più comune” nella teologia cattolica, hanno poi “avuto parte al trionfo di Gesù Cristo ascendendo con lui al cielo”.

E’ interessante che l’affermazione di p.Sales si ritrova perfettamente nell’omelia di papa Giovanni XXIII del 1960.

Siamo arrivati al termine di questa breve riflessione sulla Teologia Escatologica, veramente ridotta all’osso, in quanto si potrebbe dire ancora molto e scendere nei particolari, ma sarebbe divenuta pesante, ritengo che la sostanza sia stata detta.

Volendo fare un breve riepilogo in merito all’escatologia o al fine ultimo dell’uomo ( Novissimi), posso riassumere in poche righe ciò che gli studi teologici del XX secolo affermano.

  • La persona nella sua natura umana è data da due princìpi costitutivi “Anima e Corpo”, non si può definire persona se manca uno di questi due princìpi.
  • Al momento della morte si risorge con un corpo spiritualizzato, un corpo che non soggiace più alle leggi fisiche, il quale è sottomesso completamente allo spirito(anima).
  • La persona si presenta dinanzi a Dio, ed in Dio si vede per quella che essa è realmente, auto-giudicandosi di tutti i suoi atti esplicitati quando era sulla Terra, il Giudizio è un Auto-Giudizio, Dio constata e non costituisce tale giudizio.
  • Il Giudizio è “Particolare” in quanto personale, ed è contemporaneamente “Universale” in quanto appartenente all’universalità del genere umano.
  • La “Purificazione” ( ciò che chiamiamo Purgatorio) avviene nello stesso istante dell’auto-giudizio, in quanto desiderosa di possedere il Sommo Bene ma desiderosa di purificarsi dei suoi errori, in quell’istante vengono da Dio applicati i benefici salvifici del Sangue e Corpo di Gesù Cristo, nel contempo le vengono ascritti tutti i suffragi in suo favore compiuti nel mondo fisico, passati, presenti, futuri.
  • Nel suo pieno libero arbitrio determina la sua destinazione, Paradiso (Beatitudine) o Inferno (Dannazione) e questo, per sempre (non dimentichiamo che non sono luoghi ma uno stato in cui ci si trova).

La dottrina Cattolica, pur rimanendo ancora in alcune vecchie definizioni della Benedictus Deus, come ad esempio, il giudizio universale e la risurrezione dei morti alla fine del mondo, ha modificato alcuni suoi aspetti in merito alla “Pena” (espiazione).

Vero è, che nella nostra temporalità è necessario usare delle categorie proprie, sia riguardo al tempo (aspetto la risurrezione….), sia allo spazio come luogo.

Quando ad esempio si parla di purificazione, spesso si usa la categoria del “Supplicium” cioè piegarsi, pena corporale, tormento, tortura, patimento, sofferenza, fuoco inestinguibile, ecc, nella nostra comprensione necessitano queste categorie per comprendere uno stato in cui si trova la persona, ad esempio, un fidanzato dice alla fidanzata “brucio d’amore per te”, è evidente che tale termine indica il suo stato emotivo verso la fidanzata, e non che effettivamente e materialmente esso brucia.

Anche il “Luogo”, è un modo di esprimersi per indicare la situazione delle varie persone in cui si trovano, e non un luogo letterale, il quale sussiste solo nel nostro mondo fisico (Gesù raduna tutti i popoli dinanzi a se per essere “giudicati”, non è un luogo ma uno stato in cui tutti i popoli si dovranno trovare).

Sicché, fino al 1992 la dottrina cattolica rimase quasi immutata rispetto alla Benedictus Deus di papa Benedetto XII, ci furono degli “aggiustamenti” in merito al “Luogo”, definendolo non più un luogo letterale, ma uno “Stato” in cui “l’anima” si trova, ad esempio, l’anima non viene dal purgatorio, ma con il purgatorio, cioè con uno stato in cui si trova, cosi anche la scomparsa del “Limbo” il quale era stato elaborato a suo tempo da Pietro Abelardo (XII secolo) come un escamotage o speculazione teologica.

Comprendiamo anche che la Chiesa esercita prudenza in certe definizioni, e che altre ancora necessitano del tempo prima della loro nuova definizione.

In questa seppur breve trattazione teologica sulla Escatologia, possiamo unirci al Santo Padre Giovanni XXIII.

Pienamente Possiamo Credere

A corollario dell’argomento, esamineremo in un altro articolo e nella misura a noi conosciuta.

Le qualità e proprietà del corpo risorto dei nostri cari, in modo particolare dove sono, come sono, la loro relazione con noi.

Francesco Franco Coladarci

Teologia Escatologica – Capitolo V -Parte VII – Anima Immortale e/o Resurrezione-

Una proposizione teologica

il Giudizio particolare

di Francesco Franco Coladarci

Con la sua morte la persona cessa il suo peregrinare sulla terra, questo implica la cessazione di ogni possibilità di ulteriori sue decisioni, solo nell’arco della sua vita terrena, dalla nascita alla morte è l’unico tempo dato dall’uomo per compiere le sue scelte, infatti l’apostolo Paolo afferma “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo. (Paolo usa le categorie giuridiche proprie della Legge)

L’Apostolo non afferma, lasciato il corpo sussiste un’anima immortale, ma che nella persona vi sia un cambiamento di stato, da corpo mortale a corpo glorioso con Cristo.
Vivere nel corpo significa sussistere in quel tempo in cui si possono esprimere tutte le proprie decisioni, giuste o sbagliate che siano, sono espressioni del nostro libero arbitrio.

Con la morte del corpo significa aver fissato per sempre le nostre decisioni, le nostre scelte le quali non possono più essere modificate.

Con l’accettazione della filosofia greca sull’immortalità dell’anima e della sua retribuzione, iniziò ad affermarsi il giudizio particolare subito dopo la morte, da notare però che le scritture veterotestamentarie e i simboli di fede più antichi conoscono solo il giudizio finale o universale, e quindi non parlano mai di quello particolare ( vedere il Credo Apostolico e Niceno-Costantinopolitano).

La dottrina del giudizio particolare nacque per opera dei padri della Chiesa che pur salvaguardando il giudizio universale proposero un incontro con il Cristo anche prima del giudizio universale, tale giudizio e retribuzione viene fissata nella bolla “Benedictus Deus” di papa Benedetto XII. (XIV secolo)

Necessita armonizzare ciò che dice la scrittura o per meglio dire ciò che non dice la scrittura in questo caso, con ciò che afferma il Magistero, ed ecco qui il duplice giudizio, particolare, nel senso che è giudicata come persona singola, “in seguito” come membro dell’umanità nel giudizio universale, possiamo notare la categoria temporale del prima e di un poi, di un qui e di un là.


Come abbiamo detto dall’inizio del XX secolo la teologia escatologica ha elaborato un’altra soluzione nella quale pur mantenendo le definizioni di fede del giudizio nella loro sostanza, sia particolare e universale ne ha compreso meglio la loro interconnessione.


San Tommaso d’Aquino facendo propria la bolla Benedictus Deus, fissa il giudizio particolare per primo per poi seguire alla fine dei tempi il giudizio universale, ma questa concezione di giudizio si incastona proprio nella categoria temporale, evidentemente tale affermazione poteva soddisfare l’escatologica medievale, oggi necessita una reinterpretazione.

Come abbiamo visto in merito all’aldilà, non esiste né spazio né tempo, né un prima né un poi, ne un quì ne un là, ma sussiste l’istante eterno o eterno presente in cui sussistono le nostre tre temporalità di, passato, presente e futuro.
Motivo per cui l’escatologica moderna ha elaborato un’altra soluzione, secondo la quale ci sarà solo un giudizio che ogni persona sperimenterà.

Il giudizio è particolare in quanto investe in modo particolare la singola persona, mettendo in luce la sua vita, le sue scelte, i suoi motivi i suoi condizionamenti, la sua fragilità, la sua risposta alla grazia, e soprattutto la sua risposta all’amore di Dio verso il suo fratello, nel contempo è anche universale, come giudizio sul mondo in quando ciascun uomo appartiene al mondo e alla sua storia.


Questa soluzione ha trovato il favore di molti teologi, come il Cardinale Giacomo Biffi, il quale fa notare la necessità di evitare e liberarci dalla tirannide del tempo, della cronologia nel quale sussistono date, scadenze, un prima e un poi, un qui e un la, in sostanza evitare il condizionamento delle nostre categorie temporali di spazio e tempo.

È interessante l’argomentazione del Cardinale Giacomo Biffi, il quale afferma.

Secondo questa ipotesi, non esistendo oltre il tempo dimensione temporale, ogni uomo alla sua morte si trova già in essere eternamente giudicato, con un giudizio che è insieme particolare e universale: particolare perché riguarda il valore delle singole persone; universale perché nessuno vi si può sottrarre e perché tutta l’umanità vi apparirà simultaneamente giudicata. È dunque un giudizio che, concludendo al tempo stesso la vicenda universale e la vicenda individuale, è immediato ed escatologico; è vicino, perché coincide col momento della nostra morte, ed è contemporaneamente, lontano perché coincide col momento della fine del mondo; è brevemente separato da noi da quel diaframma il fisico e fragile del nostro respiro, ed era lungamente separato da noi dalla teoria dei secoli le forze riceveranno ancora la parusia.
Come già si è detto, nel giorno della sua risurrezione Cristo, entrando nell’eternità, ha già concluso la storia, e la sua Pasqua e già insieme il momento della sua venuta gloriosa e del giudizio. Chiudendo gli occhi nella morte, l’uomo li apre nella realtà vera ed è subito alla presenza del Veniente, della parusia, del giudizio. Questa concezione non implica la negazione dell’antropologia tradizionale, tutta fondata su un rinvenimento nell’uomo di due co- principi, materiale e spirituale, anima e corpo, troppe e troppo gravi ragioni militano a favore di questa tesi è il suo spensierato ripudio non rappresenterebbe certo un progresso né la filosofia né per la teologia
.

Come vediamo l’argomentazione del cardinale Biffi non inficia la dottrina dell’anima immortale e del corpo, giacché la natura dell’uomo è composta proprio da questi due principi, i quali per nessun motivo possono essere separati, anche se nell’arco del tempo e in modo particolare nel medioevo si è esaltato maggiormente il principio platonico (in una certa misura lo è tutt’ora).
Quindi per concludere questa breve considerazione possiamo fissare due punti.

Nella teologia escatologica medievale, abbiamo un giudizio particolare subito dopo la morte, attesa della fine del mondo e giudizio universale poi, inoltre questa escatologia è condizionata dalle categorie temporali.

Nell’escatologia moderna, abbiamo un giudizio, il quale è particolare e universale nello stesso istante, in quanto è svincolata dalle categorie temporali giacché si immerge nella categoria della a-temporalità.

Il Giudizio

Esamineremo l’aspetto del giudizio, nel suo significato più profondo.

In un post precedente ho scritto che la parola di Dio è incastonata nella parola dell’uomo, per esplicitare la parola di Dio necessita farla emergere dalla parola dell’uomo, dal tempo e dalla cultura in cui essa è stata incastonata.

Riprendiamo le parole dell’apostolo San Paolo il quale ebbe a dire “tutti dobbiamo comparire dinanzi al tribunale di Dio per essere giudicati in base alle opere compiute quando eravamo nel corpo”.

In questa affermazione di San Paolo emergono sia la parola dell’uomo, che la parola di Dio, la parola di Dio è espressa nelle parole comparire, opere compiute.

La parola dell’uomo emerge dalla categoria forense, e si evincono in tribunale, giudicati.

È evidente che la parola di Dio deve essere incastonata nella parola dell’uomo, in quanto l’uomo comprende solo ed esclusivamente nelle sue categorie e nella propria cultura del tempo, sicché l’apostolo Paolo usa proprio queste categorie forense per esplicitare la parola di Dio.

L’errore che si può commettere è quello di rendere in toto tutta la pericope come espressione della parola di Dio, necessita quindi eliminare ciò che è proprio delle categorie umane per comprendere più profondamente il messaggio divino, per far questo è necessario contestualizzare la pericope del messaggio evangelico, in modo particolare il Vangelo di Giovanni definito il “Vangelo dell’amore”, poiché se abbiamo come fondamento l’amore di Dio possiamo meglio comprenderne la sua parola.

Dobbiamo quindi eliminare tutte quelle espressioni che rientrano nelle categorie forensi, quali possono essere, “giudice, accusa, giudicati, condannati, e pena”, dobbiamo anche dire che nell’arco del tempo l’iconografia non ha reso sotto questo aspetto un buon servizio, prendiamo il caso del giudizio universale nella Cappella Sistina, dove si evince in un modo spettacolare l’aspetto giuridico, accusatorio e sanzionatorio del Cristo risorto, ebbene, pur ammirando la bellezza iconografica tale capolavoro veicola un messaggio errato, un messaggio dove vengono evidenziate le categorie giuridiche, quelle categorie le quali incutono nell’uomo l’ubbidienza a Dio per “paura -timore- angoscia-ecc” e non ciò che è l’essenza di Dio, cioè l’Amore, si è trasformata l’affermazione di ” Dies Domini” (giorno del Signore) in ” Dies Irae Domini” (giorno dell’Ira del Signore).

Con la morte l’uomo viene privato della libertà di scelta, ciò che nella sua vita abbia fatto sia nel bene e nel male nel suo libero arbitrio sarà fissato per sempre, il giudizio quindi non si ascrive solo all’ultimo giorno della sua vita ma addirittura durante la sua vita, ciò è espresso molto bene dal Vangelo di Giovanni al capitolo 12- 48, nel quale riporta le parole di Gesù che ribadire: “chi mi rifiuta e non riceve le mie parole, a chi la giudica: la parola che ho detto, sarà essa aggiudicarlo nell’ultimo giorno”, il termine “ultimo giornonon si riferisce al giudizio universale bensì all’ultimo istante della propria vita, ed è proprio in quell’istante, in quel “ultimo giorno” che si fissano per sempre i propri atti.

Il futuro escatologico dell’uomo inizia proprio durante la sua vita terrena nell’accettare o nelle rifiutare il messaggio cristologico, la persona accettando o rifiutando il messaggio evangelico si pone nella condizione di essere giudicato non da Dio, ma di auto-giudicarsi.

Cercheremo di comprendere meglio quest’ultima parte, cioè dell’auto- giudizio.

Al momento della sua morte l’anima (usiamo questo termine anche se non esprime bene l’io della persona) disincarnata si pone istantaneamente davanti a Dio, ed è proprio in quel momento che viene immersa nell’Amore di Dio, un amore immenso, sconfinato, incondizionato, che sopraffa l’anima quasi ad annientarla.

Davanti a questo Amore essa si rispecchia, e si vede per come Dio la vede, l’amore di Dio è come uno specchio nel quale l’anima si riflette e si riconosce anche nei più infinitesimali dei suoi atti, in quel momento, e solo in quel momento, ha la “Piena Consapevolezza” della sua risposta all’amore di Dio quando “era nel corpo”, davanti a tale rivisitazione, nulla viene occultato, tutto gli si ri-presenta davanti, anche le più piccole cose dimenticate a suo tempo. (chi può dire di conoscersi completamente?)

Nella rivisitazione della sua vita terrena ha pienamente coscienza degli effetti dei suoi atti non solo come risposta all’amore verso Dio, ma soprattutto verso il suo prossimo, giacché sarebbe stato il riflesso di tale amore, la consapevolezza dei propri atti si esplicitano nel sentire su di se gli effetti delle proprie “azioni, parole e pensieri”, l’anima rispecchiandosi nell’amore di Dio prova, o ha piena coscienza di tutto ciò che il prossimo ha provato e subito dalle sue azioni, tale consapevolezza alla sua mancanza d’amore la schiaccia nel rimorso di aver mancato a tale amore, e prova dolore, pentimento, rimorsi, per le sofferenze causate al prossimo.

In quel momento, si riconosce “sporca, indegna ha per cosi dire “i piedi sporchi””(si richiama alla lavanda dei piedi) di essere unita nell’Amore divino, desidera possedere la Luce ma nella purezza, ed è qui che desidera essere “Purificata”, e questo la dottrina lo identifica come il “Purgatorio”, il quale “non è un luogo” bensì uno stato di purificazione dell’anima, quando qualche anima appare a qualcuno, non viene dal purgatorio, come se fosse un luogo da uscire, ma appare con il purgatorio, cioè con il suo stato purgante.

E’ proprio in questo momento che Dio applica il sacrificio di suo Figlio, affinché il suo Sangue purifichi l’anima dalle sue…scorie, non solo, Dio applica anche le preghiere, i suffragi rivolti a favore di quest’anima, sia quelle passate, sia quelle presenti, sia quelle future, nell’Istante Eterno tutto viene compiuto, anche se nelle nostre categorie temporali ci relazioniamo con il tempo e lo spazio.

Sicché il “Giudizio” di Dio “constata e non costituisce” il giudizio che l’anima si da, sia per il possesso dell’amore divino sia per il suo rifiuto, per questo nell’escatologia moderna non si parla più di un giudizio di Dio, bensì di un auto-giudizio dell’anima.

Volendo ricapitolare brevemente la sequenza in quell’Istante Eterno o Eterno Presente, possiamo dire.

Alla morte l’anima si presenta dinanzi all’Amore divino, fa esperienza nella piena consapevolezza della sua vita vissuta, ogni atto pur piccolo che sia è davanti ad essa, desidera possedere ed essere nell’Amore di Dio, ma si riconosce impura, indegna di essere in quell’Amore, per cui desidera purificarsi dalle sue mancanze a tale amore, il desiderio di questa purificazione lo identifichiamo come il sangue dell’Agnello che purifica quanti lo accolgono.

Il giudizio di Dio altro non è che l’auto-giudizio che l’anima da a se stessa, è “particolare” in quanto espressamente personale, ed è contemporaneamente“universale” in quanto appartenente all’universalità umana.

Dio, applica in quell’istante il sacrificio redentorio di suo Figlio Gesù Cristo, il suo Sangue purifica l’anima, insieme alle preghiere, suffragi elevati da noi ancora pellegrini su questa terra, sia quelle passate, quelle presenti e quelle future.

Tutta questa sequenza si attua in un “Istante”, in quanto nell’atemporalità non c’è un prima e un poi, un qui e un là, e tutto ciò che nelle nostre categorie richiederebbero spazio e tempo, attesa che qualcosa si compia, in Dio tutto si è compiuto anche in quell’istante in cui l’anima si presenta a Lui.

Un errore che spesso si fa involontariamente è quello di trasferire le nostre categorie temporali nell’aldilà, quando recitiamo il Credo dicendo “Aspetto la risurrezione dei morti”, diciamo il vero, poiché viviamo nel tempo, e quindi ciò che diciamo è qualcosa che nel nostro tempo deve ancora compiersi, ma è anche evidente l’errore di trasferire il nostro “Aspettare” nell’aldilà, dove il Tempo non sussiste più e “aspettare” non ha più senso.

Un altro esempio pertinente all’argomento.

Quando recitiamo il Gloria, diciamo “ ……..com’era in principio”, ora, se per principio si fa riferimento alla creazione, allora l’esclamazione è giusta, in quanto la creatura fa riferimento al suo divenire nell’atto creativo e quindi quel “ com’era in principio” si fonde con il suo principio. Al contrario, se facciamo riferimento solo a Dio allora quel “in principio” è errato, in quanto Dio è Ab Aeterno.

Comprendiamo che necessita porre nelle proprie categorie le varie argomentazioni.

Il prossimo argomento è alquanto, sia particolare che delicato, faremo uso della Sacra Scrittura, dei Padri della Chiesa e del Magistero, con un documento sito negli Acta Apostolicae Sedis sconosciuto ai più.

L’argomento riguarderà la Resurrezione dei morti”

Se essa sia istantanea al momento della morte

Se essa sia solo alla fine dei tempi.

Segue Parte VIII

Teologia Escatologica – Capitolo V -Parte VI – Anima Immortale e/o Resurrezione-

Una proposizione teologica

Fondamento della fede Cristiana

di Francesco Franco Coladarci

La fede del cristiano non si fonda “sull’anima immortale” bensì sulla “Risurrezione dei morti”.

Il concetto di “Anima Immortaleera sconosciuto sia nelle scritture veterotestamentarie che neotestamentarie, l’annuncio del vangelo nei primi secoli verteva sulla risurrezione ad imitazione della risurrezione di Gesù Cristo.

Quando il Kerygma iniziò a penetrare nella cultura ellenica dovette fare i conti con la dottrina platonica, la quale dominava il mondo ellenico, tale dottrina si fondava sull’anima immortale, la quale liberata dalla morte del corpo si poteva riunire al divino.
Tale concezione non sembrò essere in opposizione con gli insegnamenti della Chiesa, in quanto anche nella scrittura neotestamentaria si parlava di un incontro dell’anima con il divino.

Con il tempo la Chiesa recuperò le sue radici ebraiche giacché è proprio in quelle radici che si fonda il Kerygma gesuano.
Ciò è stato necessario per evitare il concetto di dualismo platonico, il quale considerava il “Corpo” come un accidente, un qualcosa di cui liberarsi il più presto possibile, per Platone l’anima immortale era sostanziale all’ente, mentre il corpo ne era la sua prigione.

E’ evidente che tale dualismo poneva le basi per delle concezioni erronee, come la “Reincarnazione o Metempsicosi” (in questo errore cadde anche Origene), la quale anima trasmigrava in un altro corpo al fine di purificarsi, è lampante come questa dottrina sia in contrapposizione con il messaggio evangelico, poiché identifica l’uomo proprio nella sua interezza, di corpo e di spirito.

La scrittura considera l’uomo come un’entità unitaria, corpo e anima non sono due “entità” dell’essere umano, come invece credeva Platone, ma due principi costitutivi dell’essere umano, sensiente nella sua costituzione corporea (sensi), razionale nel suo principio spirituale, (intelletto-ragione-volontà-coscienza).
Per questo motivo nelle recenti traduzioni è stata cambiata la parola “Anima” con “Vita”, poiché esprime in modo più corretto l’unità costitutiva dell’uomo.

La morte per il cristiano non è “ Abbandonare” il corpo, ma risuscitare in una condizione superiore, sempre nella sua interezza costitutiva dei suoi principi di anima e corpo, con la sua risurrezione partecipa alla vita stessa di Dio, ma nella sua interezza di uomo glorificato.

Fatta questa brevissima considerazione, continueremo approfondendo l’argomento su ciò che la teologia escatologica considera essere la “Continuità/Discontinuità”, facendola precedere da una premessa la quale è doverosa.

Lo Stato Intermedio.

Abbiamo detto che l’insegnamento cristiano si fondava sulla resurrezione, solo in seguito La Chiesa accettò l’idea platonica dell’anima immortale, la quale non sembrava essere in contrasto con l’insegnamento evangelico, come ebbe a dire l’apostolo Paolo, “tutti dobbiamo comparire dinanzi al tribunale di Dio.”
Verso il quinto secolo in poi, ci si cominciò ad interrogare sulla condizione di quest’anima immortale nell’attesa di essere riunita con il corpo, ed è questo che si definisce come Stato intermedio.

Nel tempo ci furono varie elaborazioni sulla condizione dell’anima immortale, si pensava che essa avrebbe per così dire dormito fino alla resurrezione dei corpi per poi essere risvegliata, ma evidentemente non era soddisfacente, ci fu in seguito un’altra ipotesi, la quale affermava che l’anima non avrebbe avuto la visione beatifica di Dio, ma la visione del corpo glorioso di Gesù Cristo, solo alla fine del mondo e ricongiungendosi con il suo corpo avrebbe potuto godere della visione beatifica di Dio.

Ed è questa ipotesi che fece sua Papa Giovanni XXII ( XIV secolo), oggi alcuni teologi insistono nell’eresia di Giovanni XXII, ma non si può tacciare di eresia, in quanto all’epoca non c’era una definizione formale da parte della Chiesa, questa ipotesi era per lui ragionevole e sarebbe stato disposto a cambiare idea se ce ne fosse stata un’altra migliore.

Solo con papa Benedetto XII (XIV secolo) si cominciò a comprendere meglio lo stato intermedio, egli definì nel 1336 ciò che conosciamo essere come la “Bolla Benedictus Deus”, tale bolla getta le fondamenta di quello che noi riconosciamo essere i novissimi, morte, giudizio, inferno, paradiso.


In sintesi tale bolla afferma quanto segue:

Alla morte l’anima si separa dal corpo e si presenta a Dio.
Verrà giudicata, secondo le sue opere.
Retribuzione, Paradiso o Inferno.
Resurrezione dei Corpi.
Giudizio Universale.
Conferma del Giudizio Particolare.

Ora, queste sono “definizioni di fede”, ma come queste definizioni si relazionano tra di loro è frutto delle nostre categorie Spazio/Temporali, nelle quali sussistono un prima e un dopo – un qui e un là.

La teologia escatologica ha fatto passi da gigante in modo particolare dal XX secolo, e pur mantenendo le definizioni di fede si è compreso meglio come esse si possano rapportare tra di loro.

Questo modo di relazionarsi è stato in modo particolare dal XX secolo superato e più propriamente dal dopo concilio Vaticano secondo, gli studi escatologici hanno meglio compreso la relazione che intercorre tra queste verità di fede, e questo grazie alla categoria della A-temporalità.

Quando l’anima si presenta davanti ad Dio si presenta nella atemporalità, nella quale non sussiste né lo spazio né il tempo, né un prima né un poi ne qui e né un là, ma sussiste quello che l’escatologia chiama “Istante Eterno o un Eterno Presente”, nel quale sussistono il passato – presente e futuro.
Forse facendo un piccolo esempio come dire terra terra potremmo comprendere meglio la questione dell’atemporalità.


Disegniamo un triangolo, con una base diciamo di venti centimetri ed altezza più o meno uguale.
Ora, tracciamo una linea verticale che parta dalla punta del triangolo sino alla base, cioè la metà dei venti centimetri.
Dunque, abbiamo le due linee oblique più quella centrale che convergono tutte insieme nel vertice, il quale è appunto un punto.

Torniamo alla base, nella linea verticale centrale ci siamo noi con il nostro presente, dalla parte sinistra abbiamo l’estremità in cui inizia l’universo e la storia dell’uomo, quindi, il nostro passato, al centro ci siamo noi con il nostro presente il quale è un istante, alla destra abbiamo il futuro il quale terminerà al suo estremo, in tale futuro noi “Aspettiamo”.


Ricapitoliamo, dalla parte sinistra abbiamo il passato, cioè tutti gli atti compiuti e fissati nella storia, nel centro, gli atti che stiamo compiendo, nella parte destra tutti gli atti che compiremo, ma tutti questi atti sono il risultato del nostro “Libero Arbitrio”.

Bene, il triangolo o meglio, tutto ciò che è dentro il triangolo è l’universo, le sue leggi obbediscono alle categorie temporali dello spazio/tempo.

Quando noi recidiamo ad esempio il Credo, dicendo “Aspetto la risurrezione dei morti” diciamo il vero, ma lo è, in quando tale aspettativa si colloca nella nostra categoria temporale, ma se noi, ci posizionassimo nel vertice di tale triangolo/universo, allora le nostre categorie non funzionerebbero più, in quanto Dio si pone al di fuori del triangolo/universo e quindi dobbiamo necessariamente far uso della categoria A-Temporale, in quanto non sussistono più ne lo spazio ne il tempo.

Cosa vuol dire?, semplicemente che in Dio vi è quel famoso vertice del triangolo nel quale si convogliano tutte le linee in un punto, quel punto è chiamato “Istante Eterno- Eterno Presente ”, nel quale sussistono nello stesso istante passato- presente-futuro della nostra temporalità, Dio non necessita di “aspettare”, in quanto nell’istante eterno o eterno presente tutto vi è compiuto, ed è solo nella nostra categoria temporale che a valore il verbo “aspettare”.

Ed è facilmente intuibile la relazione che hanno tra di loro Giudizio Particolare/Universale -Retribuzione-Resurrezione – fine dei tempi (non esiste la fine del mondo)
Possiamo notare che le definizioni di fede definite da Benedetto XII rimangono tali, ma si è compreso meglio come esse vengono espresse.

Prima di passare al “Giudizio Particolare/Universale” è bene ricordare la sostanza della natura umana.


L’anima non è l’Uomo
Il corpo non è l’Uomo
Anima e corpo è un uomo.


Sicché non possiamo separare i due principi costitutivi dell’uomo, essi sono in simbiosi stretta, dire che l’anima è felice/beata (nell’aldilà) anche senza il corpo non è propriamente esatto, l’ente in quanto ente necessita della sua interezza la quale si esprime nell’unità dei suoi due principi, e non a discapito di uno di loro.

Dobbiamo onestamente ammettere che nel corso del tempo sembra aver dato più importanza all’anima immortale e non alla sua unicità dell’essere, è interessante il commento che ha fatto l’allora Cardinale Ratzinger il quale ebbe a dire, “Confrontando la dottrina della Benedictus Deus con le opinioni storiche oggi correnti, si ha la netta impressione che qui, nonostante tutto, abbia vinto il dualismo greco della divisione dell’uomo il corpo ed anima.”


In sostanza si è scivolati in una certa misura nel dualismo platonico, il quale afferma che l’interezza dell’ente (uomo) sia esclusivamente nella sua anima immortale, considerando il corpo come una prigione da cui liberarsene il più presto possibile.

È vero che la fede cristiana fin dai primi secoli ha fatto ricorso a quella terminologia greca (dell’anima immortale) però rivestita dalla concezione semita, mentre per i greci la persona coincide solo ed esclusivamente con l’anima spirituale, considerando il corpo come una entità inferiore (un accidente) il quale imprigiona l’anima, e che la libertà dell’anima e solo dopo l’abbandono di tale prigione, al contrario, la concezione semita tiene in giusta considerazione ambedue i principi di corpo e anima e quindi non si orienta nella sua divisione ma nella sua unità come persona.

Segue Parte VII